venerdì 15 luglio 2016

L’innovazione tradizionale: i casi del Buddha e di Gesù

Uno sguardo a due grandi iniziati che hanno cambiato il mondo. Il Buddha e Gesù, emblema di due orizzonti culturali differenti, si sono entrambi confrontati con forza con l’istituto della tradizione. In questo articolo sono esaminate le strategie mediante cui Buddha e Gesù, adottando due atteggiamenti diversi nei confronti della tradizione, hanno introdotto in esso forti elementi di novità. Il Buddha scardinò la tradizione sostituendola di fatto con un messaggio innovativo, Gesù accettò la tradizione ma al contempo la piegò alle novità del proprio insegnamento. 


A fronte di troppo superficiali parallelismi, suscitati spesse volte da letture distratte, causa per lo più di grossolane, sterili e fors’anche gravi fraintendimenti, qui, a partire dalla tematizzazione di un medesimo problema (la tensione tra tradizione ed innovazione nei due contesti, buddhista e cristiano delle origini), s’intende porre in luce le fondamentali ed essenziali divergenze tra le due grandi figure spirituali che la storia ci ha consegnato, segnatamente per ciò che riguarda il loro rapporto con il sapere (ed il potere!) costituito. 

1. Un punto di partenza: sulla scia di un ossimoro concettuale 
Suppongo che il mio gentile lettore, soffermandosi sul titolo che ho scelto per questo breve contributo, si senta sconcertato da almeno due aspetti. Anzitutto, immagino che l’espressione “innovazione tradizionale” susciti l’interrogazione sul senso di ciò che appare come una contraddizione. Generalmente, infatti, il termine “innovazione” rinvia ad un orizzonte di significato che si contrappone a, o che propone una rottura da, “tradizione”. Subito, quindi, emerge prepotentemente la domanda: può una tradizione includere l’innovazione senza che ciò comporti una perdita o uno snaturamento del portato tradizionale stesso? Oppure, se osserviamo la questione dalla prospettiva opposta: può l’innovazione inserirsi davvero coerentemente entro la tradizione, senza tuttavia doversi uniformare agli assunti dettati dalla tradizione, la qual cosa di per sè implicherebbe un totale difetto di novità? 

sabato 4 giugno 2016

“11.22.63” la mini serie sull’omicidio di JFK

Cosa succederebbe se potessimo tornare indietro nel tempo e cambiare un evento storico che potrebbe influenzare il nostro presente radicalmente? A questa domanda nessuno potrebbe mai dare una risposta … o forse si?! 


Quante volte abbiamo ascoltato i nostri amici o conoscenti dire che se fosse possibile viaggiare nel tempo la prima cosa che farebbero sarebbe di uccidere Adolf Hitler e salvare milioni di persone? Suppongo moltissime volte. Scommetto che anche voi abbiate avuto lo stesso pensiero. Eppure, c’è qualcun altro che ha spostato l’attenzione su un altro evento storico che ha segnato profondamente la storia moderna e contemporanea. Stiamo parlando dell’omicidio del Presidente Kennedy, o come molti lo chiamano JFK. Ma chi sono questi “visionari del tempo”? E’ presto detto. Esistono molte teorie che cercano una risposta a cosa sarebbe successo nel mondo se Kennedy non fosse stato ucciso l’11 Novembre del 1963. Che influenza avrebbe avuto sugli Stati Uniti, sull’Europa e sull’Italia? Molti storici hanno cercato e cercano risposte teorizzando realtà alternative, basandosi anche sul conosciuto “Effetto Farfalla”. Alcune teorie ipotizzano che non sarebbe cambiato poi molto nella politica interna, forse non ci sarebbe stata l’integrazione dei neri negli Stati del Sud, cosa che si è avuta maggiormente con il fratello Robert, all'epoca Ministro della Giustizia. In politica estera si pensa che, nel suo secondo mandato, Kennedy avrebbe offerto il suo appoggio all’Unione Europea, cercando la cooperazione, cercando di rendere gli USA un perno economico, politico e culturale, più che militare (teoria sostenuta dal Prof. Massimo Teodori). Altri pensano ad indicibili e apocalittiche conseguenze mondiali. Altri ancora pensano ad un totale fallimento della sua politica, che avrebbe portato gli Stati Uniti ad un crollo talmente grave da far sprofondare l’economia americana fino a devastarlo drasticamente. 

mercoledì 23 marzo 2016

The 100 - Prima stagione

In accordo con la moda del momento, che vede gli young adult a tema distopico farla da padrone sia in campo letterario che in campo cinematografico (l’apprezzatissimo The Hunger Games è un esempio valido per entrambi i media), la CW quest’anno ci ha dato dentro tantissimo con le distopie ambientate in futuri più o meno prossimi e più o meno catastrofici, tutte unite da un unico denominatore comune: gli adolescenti. E se è possibile ascrivere alla categoria solo in parte un prodotto come The Tomorrow People, più urban fantasy che distopia, ma fondamentale anello di congiunzione fra quest’ultima e un normale teen drama, il più recente Star-Crossed ha rappresentato un primo tentativo (non eccessivamente riuscito) più esplicito di accostarsi ufficialmente al genere. 


The 100 (tratto dall’omonimo libro della scrittrice esordiente Kass Morgan) è il secondo progetto dell’emittente che veleggia in questa direzione, ed anche non volendo scendere nel dettaglio per confrontare i due prodotti punto per punto è impossibile non notare come, con The 100, la dimensione trovata sia certamente più convincente. 
Siamo nel 2110, novantasette anni dopo la catastrofe nucleare che ha spazzato via la vita dalla faccia della Terra, rendendo l’intero pianeta inabitabile a causa delle forti radiazioni sprigionate dall'esplosione. Quanto resta dell’umanità, raccolto nell'Arca (un’enorme base spaziale formata dalle dodici navi che, al momento dell’esplosione, si trovavano in orbita attorno al pianeta), non se la passa proprio benissimo. Sin da quando ci si è ritrovati a vivere nello spazio, il problema della sovrappopolazione è diventato via via sempre più difficile da gestire, unitamente a quello della scarsità delle risorse rimaste per nutrire e prendersi cura dei sopravvissuti. Per cercare di porre un freno all'inevitabile esaurimento delle stesse, la società ha dovuto giocoforza adattarsi e trasformarsi in una democrazia che è tale solo di facciata, nella quale un solo uomo (il Cancelliere Jaha) prende le decisioni per tutti (sono presenti dei consiglieri, ma l’impressione che dà il pilot è che vengano spesso e volentieri ignorati, quando non costretti al silenzio), ed all'interno della quale vigono leggi estremamente severe, volte a cercare di contenere il più possibile il numero di persone che vivono sulla base. Le due più importanti sono l’impossibilità di dare alla luce più di un solo figlio a famiglia, ed il fatto che, sull'Arca, ogni singolo crimine, dal più stupido al più grave, è punibile con la morte. 

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