domenica 12 settembre 2010

La dimensione “spirituale” della scienza

È già da un bel po’, cioè da quando si è cominciato ad indagare il mondo sub-atomico (fine 1800), che la fisica si è trovata a studiare comportamenti irrazionali, cioè non consistenti con la fisica classica.


Da qui la teoria quantistica, la teoria delle stringhe, nuovi approcci matematici, per cui la scienza si è trovata nella imbarazzante situazione di dover percorrere strade per secoli ridicolizzate come “spirituali”.
Faccio un esempio terra a terra: l’ubiquità nella fisica classica è impossibile (e quindi ridicolizzata come miracolistica) nella fisica sub-atomica è indispensabile.
Questa situazione ha portato ad un atteggiamento più rispettoso verso le realtà spirituali (che non vuol dire conversione!) da parte degli scienziati più seri.

Lo scienziato Odifreddi in un articolo su repubblica scriveva di matematica statistica e concludeva con una possibile riabilitazione delle religioni orientali (buddismo, se ricordo bene).
E qui arriva il quesito: perché mai se dal venerato mondo della scienza si apre un qualche spiraglio al soprannaturale, questo deve essere orientale? E non occidentale e magari romano?
O forse lo “spiraglio al soprannaturale” che si è aperto, non da ora (anche se Wilhelm Reich, per dirne uno, ha pagato in pieno Novecento le sue eresie olistiche con la derisione, l’emarginazione, la persecuzione e la morte in cella), non è, né può essere, né orientale né occidentale (o romano).
Latitudine e longitudine sono sempre e solo punti di origine e mai d’arrivo, per chi si è messo in viaggio.

Già nel Vangelo apocrifo di Tommaso, in certi passaggi Gesù parla proprio come il Buddha (“l’inferno e il paradiso sono dentro di noi”) e non certo per fare il modaiolo.
Non è stata la “irrazionalità” dei comportamenti della materia a suscitare nei fisici del XX secolo l’interesse per le filosofie orientali, ma le implicazioni “filosofiche” delle due maggiori teorie espresse dalla fisica moderna: relatività e quanti.
L’irrazionalità fu la conseguenza dell’iniziale tentativo di spiegare i comportamenti della materia nel mondo sub-atomico mediante i concetti della fisica classica newtoniana, dove tempo e spazio erano due entità assolute, e l’osservatore poteva essere considerato un “ente” esterno che non aveva la minima influenza sulla realtà osservata.
Nella fisica classica il dualismo fra pensiero e materia, fra “anima” e corpo, fra mondo spirituale e mondo materiale, poteva essere mantenuto.
Nella fisica moderna, no.
Furono la relatività e la teoria dei quanti, dunque, a far cessare la visione dell’universo come di un meccanismo freddo e deterministico, caricato una volta per tutte all’inizio dei tempi, dove tutto e tutti eravamo le minuscole ed insignificanti rotelle di un ingranaggio cosmico senza significato alcuno.

Sono queste teorie, o meglio, le loro implicazioni a far considerare il “mondo”, cioè la realtà fisica della quale siamo anche parte, in modo molto simile alla concezione che del “mondo” hanno Indù, Buddhisti e Taoisti.
Una concezione, quest’ultima, essenzialmente mistica, affine dunque alle concezioni della realtà che ebbero i mistici di tutti i tempi.
Perciò, pur con cautela, può dirsi che la fisica moderna è “un’esperienza mistica dell’universo”.

La fisica moderna si è, in qualche misura, riportata indietro nel tempo, come se un filo invisibile collegasse la scuola di Copenaghen a quella di Mileto.

Non è stato un caso, dunque, che Albert Einsten scrivesse che i veri credenti dell’epoca moderna sono gli scienziati. Quelli veri.

 


C’è un punto fondamentale che separa l’Occidente dall’Oriente: il monoteismo
Il monoteismo porta con sé una concezione forte del soggetto (e dunque la sua netta separazione dal mondo circostante, di cui è signore al modo in cui Dio lo è dell’universo), e una visione teleologica della storia, perché la salvezza (o il progresso, nella sua versione secolarizzata) sono l’unica giustificazione possibile dell’esistenza del male, che è appunto parte della “storia della salvezza” soltanto in quanto esiste una salvezza futura.

Al pensiero orientale è stato risparmiato il monoteismo – che secondo me, se posso esprimermi con tanta faciloneria, è la vera sciagura dell’Occidente –, e dunque non coltiva né la separazione soggetto/oggetto, né l’ipertrofia dell’Io, né il "progressismo" della storia.

Questa visione del mondo è anche occidentale, ma pre- o anti-crtistiana. Tutta la filosofia greca (tranne naturalmente Platone, ma incluso Aristotele) è comparabile al pensiero orientale, le cui ultime propaggini da noi si trovano proprio nel pensiero gnostico citato da Orione, non per caso condannato per eresia dalla Chiesa nascente.

Anche l’ateismo è "monoteista": si basa sulla stessa fiducia indimostrata, e sulla medesima pretesa di razionalizzazione.
Odifreddi ne è un esempio illuminante: la sua visione del mondo è desolatamente unidimensionale, e tutta intenta a rovesciare, ripetendoli tutti, gli "errori" del monoteismo.

Per questo sono convinto che una nuova riscoperta del pensiero orientale (magari senza perline, canne e viaggi a Katmandhu), o anche, se vogliamo, un ricongiungimento con la nostra tradizione classica e precristiana, sia di grande utilità all’umanità di oggi.

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