venerdì 29 ottobre 2010

Amabili resti

«Mi chiamo Salmon, come il pesce: il mio nome è Susie. Avevo 14 anni quando sono stata uccisa».


Solo fiori recisi, creature del cielo strappate al mondo. Là, nel limbo del nostro rimpianto, zona franca dell'anima, eternità precaria, frontiera del nulla, del «dopo», atto di fede oltre la vita dove il Paradiso ancora una volta (ma non per sempre) può attendere. Ci voleva coraggio e un regista di peso Peter Jackson (Il Signore degli Anelli) per portare sullo schermo il libro cult di Alice Sebold, uno dei romanzi più originali, suggestivi, interiori ma anche meno cinematografici, degli ultimi anni.

E adesso accarezza gli «amabili resti» cresciuti intorno all'assenza. Firmando, in bilico tra questa vita e quell'altra, una riflessione, anche molto dolorosa ma non disperata, sulla perdita, sul vivere «senza», su quello che poteva essere e non è stato: perché prima o poi siamo tutti navi nella bottiglia, velieri che non possono andare in nessun posto ancorati per sempre (apparentemente, almeno) a un porto senza mare e senza vento.

Film sospeso, rischioso ma mistico e immaginifico, «Amabili resti» si muove sul confine non così sottile tra due mondi - là dove la morte non è la fine ma solo parte del viaggio – per seguire la storia, terrena e non, di Susie, adolescente degli anni '70, una bella famiglia, la prima cotta, un buffo cappello sulla testa.
E un campo di grano dove abita l'orco: che la invita a seguirla - come il coniglio bianco con la smarrita Alice - in un buco sotto terra. Dove però non l'aspettano chissà quali meraviglie: ma solo la, tragica, fine.

Uccisa, Susie, ma non solo: intrappolata in un mondo perfetto, nel limbo della nostalgia, prima del grande cielo.
In un aldilà da dove osserva, spettatrice delle vite degli altri, lo strazio della sua famiglia: lontana, eppure sempre presente, nei destini di chi non la dimentica. Ma deve andare avanti anche senza di lei.

Singolare thriller trascendente, il film di Jackson si immerge negli occhi blu profondo della sua protagonista (Saoirse Ronan), creando un mondo onirico e senza pareti (debitore più a Dalì che a De Chirico) figlio di una coscienza emotiva.
Nel continuo alternarsi tra reale - le villette tutte uguali dell'America più anonima dove tira una bella aria anni '70 - e soprannaturale (gli spazi sconfinati, e vagamente new age, di un oblio che non è tale), «Amabili resti» è un film difficile che non piacerà a tutti, anzi destinato a dividere.
Ma se Jackson non sempre coglie le intime sottigliezze del libro, «Amabili resti», prodotto da Spielberg, ha comunque (anche nell'eventuale imperfezione) una sua intatta magìa, una capacità di fusione tra il quotidiano e l'eterno, una spiritualità anche laica che dà forza e personalità a chi sa che anche il più atroce degli addii è solo un arrivederci.

 


di Filiberto Molossi
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