giovedì 6 gennaio 2011

The Box, c'è un regalo per te ...

E se un giorno un Osservatore esterno misurasse il nostro coefficiente di altruismo sentenziando: "se gli essere umani non sono capaci o disposti a sacrificare i desideri individuali per il bene superiore della specie... allora la loro specie non avrà speranza di sopravvivere." ...


La maggior parte delle persone se ne frega altamente degli altri e guarda al maggior guadagno disponibile per se stesso, dimenticando che ogni nostra azione comporta sempre delle conseguenze... ma per raggiungere le proprie ambizioni si è disposti a troppo! 
Immediata balza nella mente l'analogia con il Serpente dell'Eden con la differenza che invece di mangiare una Mela, viene chiesto ai nuovi Adamo ed Eva di premere un anonimo pulsante...




TRAMA
Il film comincia con una nota (immaginaria) della Cia, riguardante un uomo chiamato Arlington Steward (Frank Langella), miracolosamente guarito da spaventose ustioni e collegato al progetto Marte.

1976, i coniugi Norma e Arthur Lewis (Cameron Diaz e James Marsden) un mattino di buon’ora ricevono un pacchetto in cui è contenuta una misteriosa scatola sovrastata da un grosso pulsante, a cui però è impossibile accedere poichè ermeticamente chiuso, insieme al pacchetto un biglietto che preannuncia la visita nel pomeriggio di un certo Mr. Steward (Frank Langella). 

La signora Lewis è un’insegnante in procinto di perdere il lavoro e con una malformazione ad un piede causata da un caso di malasanità, mentre il marito Arthur impiegato alla NASA è un aspirante astronauta che ha progettato la telecamera montata sulle sonde Viking che proprio nel ’76 raggiunsero Marte
Mentre Arthur al lavoro riceve la notizia che la sua domanda per unirsi al progetto spaziale come astronauta è stata respinta a causa di un test psicologico fallito, Norma riceve la visita del misterioso mr. Steward, un uomo signorile, ma orribilmente sfigurato in volto che gli propone un’offerta. 

L’offerta è tanto strana quanto chiara nella sua semplicità, i coniugi Lewis avranno ventiquattro ore per per decidere se premere o no il pulsante sulla scatola, se decideranno di farlo per loro un milione di dollari e sulla coscienza la morte di una persona che rimarrà anonima, se invece rifiuteranno riceveranno cento dollari per il disturbo e la proposta e la scatola passeranno in altre mani. 

Il regista Richard Kelly dopo il suggestivo Donnie Darko e il pretenzioso e pasticciato Southland Tales, torna dietro la macchina da presa per dirigere un adattamento del racconto di Richard Matheson: Button, button già ridotto per il piccolo schermo nella serie Ai confini della realtà nella versione anni ’80, nell’episodio trasmesso in Italia con il titolo La Pulsantiera

Prima regola: non accettate mai misteriose scatole da sconosciuti. 
Seconda regola: se proprio non potete fare a meno di prenderne una, non apritela fino a che non vi sentite davvero pronti ad accettarne le conseguenze. 
Non si tratta solo di norme pratiche ispirate al comune buon senso, ma anche di due raccomandazioni indispensabili per affrontare le pellicole di Richard Kelly. 
I film di questo regista sono oggetti bizzarri, indecifrabili, addirittura alieni. Se non vi sentite in sintonia con il suo immaginario, con il suo linguaggio e con i suoi ammiccamenti, se non avete voglia di entrare nel suo mondo, allora rimanete fuori. Lasciate la scatola sul tavolo e andatevene. 
Ma se decidete di aprirla anche solo per un istante, sollevando appena il coperchio per sbirciarci dentro, allora preparatevi. A un viaggio, a un trip, a una scalata, a una discesa, a un tuffo, a un lancio senza paracadute, a un volo cieco. 

Tutto si può dire di questo regista tranne che sia privo di piccoli ma ricorrentiindizi di genialità. Una qualità alla quale ovviamente si sommano la sregolatezza e l’ermeticità che costituiscono spesso e volentieri l’altra faccia della creatività (almeno di quella declinata a livelli così alti). 
Sono infatti due gli elementi che emergono con forza dalla filmografia del regista virginiano. Una è la sua principale virtù: la capacità cioè di tessere trame incredibilmente intricate e affascinanti, ricolme di citazioni che affondano le radici nell’immaginario pop degli ultimi 60 anni ma anche nel folklore e nei miti di civiltà millenarie. 
L’altra è il suo inevitabile tallone d’Achille: la vanità. Quella vanità che lo induce talvolta a perdersi nella forse eccessiva magniloquenza delle sue elaborate teorie e a prendersi troppo sul serio, dimenticando il tributo di divertimento e genuino entertainment che ogni buon regista deve "versare" ai suoi spettatori. 

Detto questo, io considero The Box come un’estensione ideale di Donnie Darko
Non perché vi siano somiglianze o similitudini tra le due storie – si tratta indubbiamente di situazioni, personaggi e contesti completamente diversi – ma piuttosto per l’emergere di temi, ossessioni e fascinazioni che possono ormai considerarsi il marchio di fabbrica di Kelly. 
La presenza di forze sovrannaturali che lavorano dietro le quinte pro o contro di noi; l’esistenza di oscuri complotti governativi volti a insabbiare scomode verità; il paradosso e l’assurdo come ingrediente base dell'esistenza umana; la componente surreale e spessoorrorifica che trasuda dalle pieghe della nostra placida e illusoria quotidianità; i viaggi nel tempo; la fisica quantistica; l’ipnosi; latelepatia; l’esoterismo; e potrei continuare ancora. 

"Ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia." 
(Arthur C. Clarke) 

Fatta questa premessa, è facile capire come i film di Kelly non siano mai opere semplici e umili, ma piuttosto ambiziosissimi esperimenti comunicativi e intellettuali che impegnano lo spettatore in una vera e propria battaglia di idee. 
Nel geniale Donnie Darko si contano oltre 50 citazioni e omaggi verso capisaldi del cinema e della cultura nerd-pop. Si tratta di una percentuale tarantiniana che dimostra come questo giovane cineasta abbia divorato e assimilato cinema per tutta la vita, rielaborandone poi spunti e idee in un “pastiche” imprevedibile e ammiccante. Un’attitudine che ha concentrato anche in “The Box”, film orgogliosamente anti-commerciale
Una trama sghemba, elusiva, spesso contorta, capace di trasportarci in un allucinato incubo borghese che si sviluppa proprio nella pancia opulenta e annoiata dell'America suburbana degli anni '70 (proprio l'ambiente dove Kelly è cresciuto). 
Il regista parte dalla stranissima e disturbante storia di Richard Matheson – il maestro indiscusso dell’horror americano – e specialmente all’inizio riesce a renderne ottimamente lo spirito Ai confini della realtà

Complice la fotografia squisitamente vintage, le musiche perfettamente intonate al contesto e il montaggio che ci conduce gradualmente nell’incubo senza uscita, il risultato è un magnetismo a fior di pellicola che tiene lo spettatore incollato alla poltrona. 
Il terreno viene così preparato per la tempisticamente perfetta apparizione di Arlington Steward (strabiliante Langella), personaggio tra i più misteriosi e inquietanti che siano mai apparsi in un film. 

Nella parte centrale, il film smarrisce un po’ il filo e subisce un calo di ritmo.
Kelly ha infatti esteso il plot di Matheson oltre i suoi confini originari, e nel tentativo di spiegare la provenienza e il funzionamento della scatola flirta a più riprese con rivelazioni messianiche, visioniescatologiche, allegorie cosmiche e brucianti dilemmi etico-morali. Il risultato è un po’caotico e solo in parte azzeccato, ma non mancano comunque brillanti tracce della bizzarra e fantasiosa poetica di Kelly. 

Rimandi, citazioni e incastri magici continuano a lavorare negli interstizi tra una scena e l’altra, colpendoci in modo quasi subliminale. Il fascino morboso per la menomazione fisica è un tema forte, al centro di alcune scene di straordinario impatto (quella del piede) e nelle quali si mescolano strane chiavi di lettura (la faccia di Steward, suggerisce la sempre acuta coscienza collettiva del web, è un chiaro riferimento al gigantesco volto parzialmente in ombra che sarebbe stato fotografato sul suolo marziano dalla sonda spaziale Viking nel 1976). 

C'è un amore dichiarato per la fantascienza orrorifica anni '50-'60, quella de L'invasione degli ultracorpi e Il villaggio dei dannati
In certi casi, alcune inquietanti apparizioni sembrano assumere una potenza di suggestione quasi lynchiana

Poi, certo, c’è anche qualche caduta di stile, una voglia di strafare che riesce in certi momenti a far danni. Una tentazione per la morale facilotta e autoreferenziale. Ma che ci volete fare? Quello dei fan di Richard Kelly è un club molto esclusivo. 
Ci sono piccoli sacrifici da fare che preludono a soddisfazioni intellettuali non da poco. E a volte, un film può anche farsi beffe delle solite convenzioni narrative e andare dritto per la sua strada, forte della sua stranezza e della sua diabolica furbizia. 

Alla fine del film ed a causa delle profezie anelano nei media penso che gli uomini non devono temere un'invasione aliena o l’ira divina come causa della loro estinzione, basta la perdita della propria caratteristica di specie: l’umanità.  

"La sua casa è una scatola, una scatola con le ruote è la sua macchina, lì dentro va al lavoro lì dentro torna a casa; dentro casa sta seduto per ore ad erodersi l'anima, mentre la scatola che è il suo corpo inevitabilmente avvizzisce e poi muore; dopodiché viene posto nella scatola definitiva dove lentamente si decompone. Lo consideri uno stato temporaneo dell'essere." (Arlington Steward - Osservatore Esterno)



Fonti: 
www.splitscreenblog.com
www.ilrecidivo.blogspot.com
www.everyeye.it
www.ilcinemaniaco.com


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