domenica 20 marzo 2011

Dylan Dog ... come infangare un mito made in Italy

Su e giù per le strade di New Orleans con l’Indagatore dell’Incubo impegnato a risolvere un misterioso omicidio alla cui radice sembra esserci un arcano manufatto in grado di sprigionare poteri demoniaci. 



RECENSIONE DI ANGIER 
Con il film su Dylan Dog, la devastazione morale e il vilipendio artistico di gloriose serie a fumetti degli anni ’80 raggiunge un nuovo livello di metodicità ed efficacia. Il film diretto da Kevin Munroe è un prodotto che non si ferma alla semplice definizione di scadente ma che, minato alla radice da gravissime mancanze in termini di sceneggiatura, dialoghi, regia e recitazione, decide consapevolmente di gettarsi in fondo al più buio baratro di infamia cinematografica. 
Una disfatta su tutta la linea, un’orribile accozzaglia di scene mal dirette e mal recitate, dialoghi mal scritti ed effetti speciali di livello amatoriale che la travagliatissima gestazione dell’opera (se ne parla, in un modo o nell’altro, dal 1998) non basta certo a spiegare o legittimare. 

In generale, si percepisce una totale mancanza di chiarezza e assenza di idee, da parte degli stessi produttori, sulla linea da seguire nel film e sull’atteggiamento da tenere nei confronti del fumetto originale.
Il film non traspone infatti nessun albo della serie a fumetti e a dire il vero presenta pochissime analogie con essa: il protagonista – un Brandon Routh con la muscolatura facciale letteralmente congelata e, viene da pensare, resa inerte da una qualche iniezione di fortissimo liquido anestetico – viene citato solo con il nome “Dylan” (tranne una battuta nella quale si fa riferimento al nome completo), e a parte il guardaroba e la Volkswagen non ha davvero nulla a che spartire con l’Indagatore dell’Incubo. 
Ah già, dimenticavo l’uso scellerato e per fortuna sporadico del mitico slogan “Giuda ballerino!”, qui ridotto a ebete formuletta di rito priva di qualsiasi efficacia. 

Dunque, non si capisce perché tirare in ballo una serie carismatica come quella ideata da Tiziano Sclavi se poi non se ne restituisce in alcun modo la visionarietà, il lirismo, la classe goticheggiante e le geniali qualità orrorifiche. 
Perché scomodare il blasone dell’Indagatore dell’Incubo solo per raccontare una storia ambientata a New Orleans che non avrebbe trovato spazio nemmeno nel più scrauso episodio pilota della più miserevole serie tv amatoriale? Temo che questa domanda rimarrà senza risposta. Forse, il “tamtam” su Dylan Dog è stato fatto esclusivamente a uso e consumo del mercato italiano mentre all’estero si è inteso promuovere un prodotto “originale” e “svincolato” il più possibile? 
Difficile da credere e, anche se fosse, una scelta simile mancherebbe totalmente di logica. 

A giudicare dal pessimo stile visivo dispiegato sullo schermo, l’intento era quello di adeguare l’estetica a quella delle numerose serie tv a sfondo vampiresco che popolano il mondo dell’entertainment: Buffy, Angel, The Gates, True Blood e compagnia bella. 
Ma queste serie vantano una cura per i dettagli che la pellicola di Munroe non vede nemmeno da lontano: nei titoli di coda del film compare la voce “make up” ma non se ne spiega effettivamente la presenza, dal momento che nella maggior parte dei casi, i mostri non sembrano nemmeno essere stati sottoposti a un “trucco”. Sembra semplicemente che i produttori abbiano mandato qualche galoppino a fare incetta di maschere di carnevale nella vicina cartoleria all’angolo. Insomma, dove sono finiti i 20 milioni di dollari stanziati per il film? La resa visiva globale non raggiunge nemmeno i 200.000 dollari “percepiti”. 
Probabilmente, i soldi sono serviti ad “abbellire” la pellicola con la presenza degli unici due attori vagamente famosi nel cast: Peter Stormare e Taye Diggs, i quali probabilmente passeranno i prossimi anni a domandarsi perché diavolo abbiano ceduto a una simile proposta. 

A suscitare sconcerto sono anche il tono e il registro impostati dalla pellicola: la storia, come si diceva, è ambientata a New Orleans, e si capisce che si è cercato di creare un’atmosfera noir e un quadro globale dai toni grotteschi e bizzarri. 
Ma ovunque abbondano i clichet, i dialoghi tra mostri e umani fanno venire il latte alle ginocchia e sembrano scritti, per parafrasare una battuta di Scrubs, da un bambino di 4 anni ubriaco. 
La voce fuoricampo del protagonista è più piatta e didascalica del testo che può accompagnare una pubblicità della mozzarella o uno spot sui biscotti della prima colazione. 

Inoltre, l’evolversi della trama è sconclusionato e buttato lì a caso: la peggiore puntata di Walker Texas Ranger vanta una coerenza d’intenti e uno spessore di script che questo film può solo sognare. 

L’ultimo chiodo nella bara di Dylan Dog è l’umorismo di livello puerile rappresentato dal fedele aiutante Marcus e dalle sue inutili e fastidiose battute: un carosello di scemenze che viene declamato lungo tutta la pellicola in un crescendo stridulo e irritante. 

Vorrei poter dire che c’è qualcosa da salvare, un barlume di luce in fondo al tunnel, ma purtroppo non è così. Dire che questo è il peggior film dell’anno significa essere clementi, e io in effetti voglio esserlo. 
Fermiamoci qui. E magari chiediamo tutti quanto scusa a Dylan Dog.

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