mercoledì 18 maggio 2011

The invention of lying

Immaginate un mondo in cui non esiste la bugia, non esiste nemmeno la parola per definire la “bugia”, in cui nessuno sa dire “cose che non sono” e tutti dicono sempre e solo la verità, in cui la verità non è mai minacciata da bugie o da filtri. Non esistono la diffidenza ed il senso critico, ed è questo che fornisce al protagonista un potere illimitato. 


Un uomo un giorno mente, dice “una cosa che non è” e, non esistendo menzogna, gli credono. L’uomo continua a mentire su tutto e cambia la sua vita e quella degli altri. La sua capacità di mentire, di per sè, non varrebbe a nulla se non vivesse in un mondo in cui la gente crede a qualsiasi cosa egli dica. 
Queste persone, dal nostro punto di vista di spettatori, appaiono grette e ridicole, ma come facciamo a sapere di non essere nella stessa situazione? 

Penso che il film non spinga tanto ad immedesimarsi nel protagonista, quanto invece nel resto della popolazione.
Su quante, delle informazioni che ogni giorno riceviamo e assimiliamo, abbiamo una garanzia di veridicità? 
Dai politici agli amici, dalla tv a internet, a quante cose crediamo, senza poter sapere se siano bugie o meno? 
E nonostante questo, è inoppugnabile che queste informazioni condizionino continuamente la nostra vita, dalle piccole alle grandi scelte. 
Ma allora, cosa è veramente reale? 

La denuncia del film, se così si può chiamare, sta proprio qui: nell'impossibilità o incapacità di provare la veridicità di un'informazione, ci basiamo più sulla credibilità del relatore o del mezzo di informazione, ma questa credibilità è un valore che noi stessi attribuiamo, è convenzionale e non reale. 
Questo genera un mostro spaventoso, crea cioè una situazione in cui "l'abito fa il monaco", in cui il modo ed i mezzi in cui un concetto viene comunicato (o impacchettato, a volte) diventano più importanti del concetto stesso, nello stabilirne la credibilità. 

Nel 1938 Orson Welles descrisse via radio un'invasione aliena in corso sulla Terra, provocando diversi suicidi e fenomeni di panico di massa. Nessuno ovviamente potè vedere alcuna astronave aliena, ma la gente vi credette ugualmente, semplicemente perchè lo aveva detto la radio. 
Oggi sappiamo che le crociate si combatterono per la ricchezza e le terre, ma tutti o quasi a quel tempo credettero che fossero guerre sante, che fosse la volontà di Dio, e che partecipandovi ci si potesse assicurare un posto in paradiso. Questa convinzione, per quanto palesemente in contrasto con la filosofia non violenta del cristianesimo, si reggeva unicamente sul fatto che lo aveva detto il Papa. E tanto bastò. 

A tal proposito il film è caratterizzato da una ironica ma evidente polemica religiosa. In fin dei conti, ogni religione si basa sulla fede, cioè la capacità di accettare dogmaticamente concetti non spiegabili razionalmente nè tantomeno comprovabili. Bisogna accettare quello che i capi e i testi religiosi ci insegnano, senza passarlo al vaglio della ragione. 

In cosa, in questo senso, siamo diversi dai concittadini del protagonista? Anche noi ogni giorno concediamo la nostra fiducia ad altre persone, e così facendo concediamo loro anche il potere di condizionarci, ed è un potere enorme. 

Penso che pur presentandosi come commedia, questo film offra una quantità ed una qualità di spunti di riflessione degna del miglior mattone cervellotico, e lo fa senza annoiare, ma anzi intrattenendo. 
Sarà un'ora e mezza della vostra vita assolutamente ben spesa, guardatelo cercando di andare oltre quello che sembra.

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