sabato 23 luglio 2011

Norvegia e petrolio, altro che Jihad

Il  luogo del tramonto di mezzanotte, il Karl Johans Gate, con il teatro nazionale da una parte, la sede centrale dell’università dall’altro e appena più in là il Parlamento. A circa tre, quattrocento metri dal luogo dell’esplosione. 


In giugno e luglio un lentissimo tramonto si trascinava dalle 9 di sera fin dentro la notte per ridiventare alba. E la gente passeggiava con la tranquilla emozione del crepuscolo. In nessun altro posto come nel cuore di Oslo e in certi momenti fatati del grande nord si percepiva un’identità tra il luogo pubblico e la casa: la familiarità, l’attenzione e la cura civile insieme che si spostavano con le ombre lunghe, i gialli e i turchesi ad inseguirsi e fondersi nel cielo.
Forse è per questo che è difficile destabilizzare la Norvegia e forse fossi stato lì al momento dei due attentati avrei avuto la capacità di farmi prendere meno dalla collera sentendo telegiornali e giornali on line che seriamente e pomposamente attribuivano una qualche credibilità alla pista islamica per via di qualche vignetta poco rispettosa di Maometto pubblicata qualche anno fa.


Qualcuno evidentemente non ha ancora capito come sia comoda la jihad islamica. Qualcun altro non si è curato di leggere i giornali norvegesi, forse non esiste nemmeno un corrispondente, fatto sta che i nostri organi di stampa sembrano non sapere che da qualche anno esiste una guerra del petrolio. I Norvegesi vogliono andarci piano con le estrazioni dal mare del Nord che è ormai in esaurimento e ancor più calmi ci vanno col gas e col petrolio di cui il mare di Barents è ricco, perché vogliono preservare l’ambiente e tutelare le generazioni future. 

Ma questo non piace agli Usa, non piace alla Russia, non piace all’Europa, non piace a Wall Street e non piace nemmeno all’ENI che da quelle acque vorrebbe estrarre sette miliardi di metri cubi di gas all’anno. Ecco forse bastava riflettere sul fatto che l’attentato con l’auto bomba è stato fatto al ministro del petrolio come del resto hanno subito detto i media norvegesi e che tutto quanto è successo sa di preparato altrove sfruttando qualche povero demente nazista, aizzato ad imitare il modus operandi Al Quaeda.

Ecco una bella telefonata all’ENI sarebbe stata più illuminante per mettere una cornice adeguata agli attentati di ieri. Perché è chiaro che non si sarebbe ottenuto nulla con quei prosaici governi laburisti che si ostinano con sfacciata e inaudita pervicacia a fare gli interessi dei norvegesi. Meglio tentare di destabilizzare, secondo una strategia ormai in atto globalmente e i cui fautori e attori possono nascondersi dovunque. E che diamine se Al Qaeda non è capace di farlo da sola, ci si arrangia.

In effetti in quel crepuscolo estivo e continuo di Oslo, in quella lunga e interminabile sera, in quella città non bella, ma serenamente civile, l’unica cosa che davvero stonava era la grande parabola satellitare piantata sopra l’ambasciata americana.
Tranquilli non dico che gli attentati li ha fatti la CIA, non sono così ingenuo, non mi piace la dietrologia banale e il complottismo di professione. Ma certo tutto ciò che è accaduto a a che vedere con quel simbolo di arroganza che va molto oltre il potere degli USA. E’ il potere di un sistema economico complessivo che non vuole più tollerare eccezioni, è un potere che fluisce come un veleno della cultura dominante, che incita divisioni, xenofobie, razzismi, perdite di dignità e di consapevolezza e che ancor più di Al Qaeda ha le sue bombe umane e le sue inconsapevoli vittime.

Fonte: http://ilsimplicissimus2.wordpress.com

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