sabato 8 ottobre 2011

L'alba del pianeta delle scimmie

Voi uomini l'avete distrutta! Maledetti per l'eternità, tutti!!" esclamava Taylor sul finire di Il pianeta delle scimmie riferendosi all'amata Terra poco dopo avere compreso che tutta la sua avventura, la prigionia e la fuga, non erano stato altro se non un viaggio in un futuro ormai improcrastinabile.


Scimmie intelligenti, cacciatrici, con il dono della parola e umani ormai ridotti in schiavitù, vittime di caccia ed esperimenti spesso neanche capaci di avere una propria lingua: come si è potuti arrivare alla situazione raccontata per prima da Franklin J.Shaffner nel 1968, a cui poi seguirono ben quattro sequel (uno per anno dal '70 al 1973), una serie tv (nel '74) e un anonimo remake firmato da Tim Burton nel 2001?


L'alba del pianeta delle scimmie azzera molte di queste domande, ma di certo non è un prequel in senso stretto, come per esempio la seconda trilogia di Guerre Stellari. Dove lì ogni elemento citato “nel futuro” si incastrava perfettamente in un racconto del passato finalmente mostrato e non solo citato, qui rimane il senso generale, le scimmie al potere, ma non date e cause, almeno non fino in fondo. Purtroppo, o per fortuna, non si può dire cosa combaci e cosa no se non spoilarando, quindi meglio non entrare troppo del dettaglio. Sia chiaro però che anche se L'alba del pianeta delle scimmie potrà diventare il primo capitolo di una saga completamente nuova, la tensione che immette fin dal suo primo fotogramma e che si mantiene fino all'ultima scena si avvale molto del fatto che già si sappia come andrà a finire (ovvero male per gli umani). Potrebbe essere un punto a sfavore ma il regista Rupert Wyatt, assieme ai suoi due sceneggiatori, riescono a trasformare il pessimistico e già conosciuto epilogo in elemento positivo, un'ineluttabilità su cui c'è da scavare il più possibile per capirne le ragioni.

E così, senza ricorrere ad un vero “villain”, se non per alcuni, specifici, passaggi narrativi, L'alba del pianeta delle scimmie si trasforma in uno straordinario dramma in cui il passaggio di crescita e ribellione delle scimmie, in particolare quella splendidamente animata dalle espressioni di Andy Serkis, non viene visto come il potenziamento di un nemico pronto a far fuori la razza umana, ma come una liberatoria fuga degna dei migliori film carcerari in cui ci si immedesima prima di tutto con il prigioniero. Nonostante i bellissimi e fluidi effetti visivi e un pre-finale sul ponte che ricorda le migliori scene dei film catastrofici, ciò che rimane soprattutto dei 105 minuti di visione sono una manciata di riflessioni sul valore della vita (umana o animale), sulle esigenze (o meno) del progresso e della volontà degli esseri umani a voler continuare, nonostante tutto, a monopolizzare un pianeta che in fondo sarebbe di tutti. Insomma, fantascienza con la F maiuscola.



L'ambiguità del personaggio interpretato da James Franco, intelligente, amorevole e generoso tanto quanto ambizioso, egoista e ingenuo, sintetizza al meglio questo dilemma che finisce per arrivare fino alla mente dello spettatore per porgli la fatidica domanda: tu, nella situazione raccontata nel finale, da che parte staresti?

E così L'alba del pianeta delle scimmie, grazie alla sua matematica sceneggiatura, battute e scene che come granellini di sabbia formano arenili di sentimenti e ragionamenti che ti prendono per mano, così come alla bella regia di Wyatt che non banalizza nulla e corre veloce quando non vale la pena sottolineare parti di storia che si possono intuire da soli (vedasi la ripresa del nonno interpretato alla grande da John Lithgow o l'amore tra Franco e la Pinto), riescono, se era possibile, a non fare rimpiangere il cult degli anni '60 e a candidarsi, ci auguriamo, per gli Oscar 2012 in categorie che non sono solo quelle tecniche. A questo punto non rimane che aspettare e vedere se la speranza si trasformerà in pronostico azzeccato...

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