sabato 28 gennaio 2012

Gesù di Nazareth, compiere miracoli sfruttando la legge della consapevolezza

Esiste una legge in natura che assomiglia molto alla legge di gravità e che funziona con altrettanta matematica infallibilità basandosi, come tutte le leggi della fisica, esclusivamente su principi energetici. E' una legge che consentirebbe ad ogni uomo che sapesse metterla in pratica di modificare a proprio piacimento la realtà in cui vive, facendone manifestare istantaneamente una differente, proprio per forza di attrazione. 


E' una legge di cui l'umanità ha perso coscienza e i cui ancestrali ricordi sopravvivono attraverso metafore, parabole e simboli che ne costituiscono la sempre più flebile e incompresa testimonianza, per quell'umanità sempre più abituata a vivere nella superficialità in cui l'uso e l'abuso del pensiero la relegano. Della capacità insita nell'essere umano di compiere il "miracolo" attraverso la "legge della consapevolezza" ci parlano alcuni dipinti rinascimentali in cui vengono raffigurati il Padre, il Figlio e la colomba che come sappiamo, è simbolo del così chiamato "Spirito Santo". In questi dipinti, il più famoso dei quali è l'affresco di Bonaventura Salimbeni intitolato Glorificazione dell'Eucarestia, compaiono oltre alle tre citate figure, due più o meno lunghe e sottili aste o antenne o scettri, che assieme alla immancabile sfera non sono altro che la raffigurazione di quella produzione energetica che chi volesse compiere il "miracolo" dovrebbe mettere in pratica. 

Visitando qualche chiesa si potrebbe vedere il simbolo dello "scettro", che di solito è tenuto in mano dalla Vergine Maria mentre il Gesù Bambino mostra la sfera; possiamo in questo caso affermare che: le immagini sacre in cui compaiono lo scettro e la sfera sono riferimento alla capacità di chi li ostenta di creare una nuova realtà, cioè compiere il miracolo.
Ritornando ai dipinti rinascimentali, essi ci svelano che il "miracolo" si ottiene attraverso una interazione sincronica delle tre entità che ci compongono, il corpo, l'anima e la mente, raffigurate rispettivamente da padre, colomba e figlio. Infatti, ogni qual volta noi vediamo un Gesù che con le dita della mano ci indica il numero tre, o mostra una sfera tripartita o una croce, dobbiamo sapere che proprio a questo il Messia si riferisce, e cioè al nostro essere uni e trini, al fatto che siamo composti da tre entità a se stanti, indipendenti ma anche interagenti, tre energie, tre intelligenze, tre anime, e che conoscere questa nostra essenza è una condizione fondamentale per attrarre a noi la realtà desiderata, ovvero, come ho già detto, compiere i miracoli. Del resto ne abbiamo già sentito parlare: una volta si viveva nel Paradiso Terrestre e tutto ciò che volevamo era a portata di mano, bastava chiedere ed il Padre Nostro esaudiva ogni nostro desiderio. Poi successe una qualche cosa però, perdemmo così questa capacità, ma solo perché dimenticammo come chiedere. 
Osservando alcuni dei più antichi monumenti presenti nelle nostre città o borghi, si potrebbero notare tre simboli che potremmo chiamare "pagani", ma che sono anch'essi riferimento proprio a queste nostre tre anime, e sono: l'obelisco, il vortice e la sfera. Per comprendere questi simboli e di conseguenza comprendere i simboli religiosi dello "scettro" e della sfera, bisogna risalire all'etimologia della parola simbolo, e cioè risalire al significato per cui questa parola è nata e che nel tempo si è perso e non ha a che vedere con quello per cui viene usata al giorno d'oggi. 
Simbolo è una parola che deriva dal greco ed è composta dal prefisso syn e dal suffisso bolo. Syn significa il fondersi, l'unione, come ad esempio in sinfonia cioè il fondersi di più suoni, l'orchestra sinfonica infatti è composta da più strumenti i cui suoni si fondono per produrne uno, la sinfonia appunto, oppure in sinergia, dove per azione sinergica si intende l'azione di più forze che si uniscono per determinare un risultato. 
Il suffisso bolo lo troviamo in discobolo, il lanciatore del disco, bolo quindi significa lanciare, ma anche espellere, lasciare, emanare, esternare, come in Diabolo da cui diavolo, cioè colui che Dio ha espulso, l'uomo. 
In conseguenza di quanto sopra detto possiamo affermare che: il simbolo è una aggregazione di conoscenze interiori che una energia inconscia sospinge sino al livello della nostra percezione. I simboli che noi cogliamo attraverso i nostri sensi rappresentano una qualità o potenzialità umana che popoli dotati di altra sensibilità o sensitività percepivano nel loro essere più profondo e che ci hanno lasciato in eredità. 

Osservando il simbolo della piramide massonica e dell'obelisco con la sfera al suo apice, dovrebbero apparire evidenti similitudini che ovviamente riguardano anche il messaggio che ci danno. Forse qualcuno ricorderà una puntata della trasmissione televisiva "Voyager". In questa puntata il conduttore si immergeva al largo di una piccola isola del Giappone per visitare una enorme piramide recentemente scoperta e si chiedeva il motivo per cui, popoli che non si erano conosciuti, sia per la loro distanza, che per l'epoca in cui erano vissuti, sentissero la comune necessità di innalzare questa testimonianza, tutto ciò mentre su di un mappamondo che girava venivano indicate le piramidi scoperte, praticamente presenti in ogni parte del globo, senza contare che gli obelischi che vediamo su alcuni dei nostri monumenti altro non sono che piramidi stilizzate. 
La piramide è un simbolo, la piramide è dentro di noi quindi, a livello energetico ovviamente, poiché tutto è energia, e noi stessi siamo energia. Chi ha percepito la piramide all'interno del proprio essere è come minimo stato consapevole del messaggio che questa percezione portava, e il messaggio diceva che: Il tutto è contenuto in una piramide e la piramide che contiene il tutto è dentro di noi, quindi noi conteniamo il tutto. 
Gli antichi popoli costruendo le piramidi rappresentavano all'esterno la forma energetica che percepivano al loro interno. I ricercatori che si chiedono come queste popolazioni potessero disporre di certe conoscenze astronomiche devono accettare questa risposta: questi popoli coglievano queste informazioni da dentro di loro perché dentro di loro sapevano guardare, dentro la loro piramide interna che è la riproduzione dell'universo. Se fossimo in grado di trovare i limiti dell'universo infatti sapremmo che l'universo ha la forma della piramide, quindi i nostri predecessori riproducendo la piramide riproducevano l'universo e riproducendo l'universo riproducevano Dio. 
Ma attenzione, Dio non è la piramide che ci contiene, bensì il suo contenuto. 
Dal Vangelo di Giovanni ci è tramandata una frase celebre: "In principio era il verbo". 
Nei primordi cioè, ancor prima che la materia si formasse, esisteva solo questo "verbo", un'energia, un anima. Questa tesi è suffragata da altri libri di antica saggezza che dicono che l'anima primordiale si espanse sempre di più, fino all'infinito, ed oltre l'infinito fino ad incontrare se stessa, e dall'incontro con se stessa nacque il creato. 

Il creato è quindi la manifestazione fisica di quel sentimento che Dio provò verso se stesso, di conseguenza tutto ciò che è creato fa parte di Dio come il frutto fa parte dell'albero, ma anche ciò che non è stato creato è Dio, ciò che a noi appare come un vuoto è Dio, noi quindi siamo immersi nel non creato che è la nostra Anima Madre, o il Padre Nostro, e che a noi appare come il vuoto, ma solo perché non sappiamo guardare. L'esperienza della piramide è una di quelle esperienze che ad un certo punto della mia vita mi sono accorto essere state più uniche che rare, come quando ho percepito quella piramide energetica al livello del mio plesso solare, tra il ventre e lo sterno all'incirca, dentro di me ma anche un po' fuori di me, un'esperienza che si è manifestata come uno strano ma più potente dejà-vù. 

Quella del dejà-vù è una sensazione di cui tutti abbiamo avuto alcune esperienze nella nostra vita, magari non le ricordiamo perché sono successe molti anni or sono, ma sappiamo che da bambini o comunque finché eravamo giovani (o disponevamo di una certa energia), ogni tanto si manifestava quella inspiegabile sensazione per cui qualcosa ci diceva di aver già vissuto la situazione che stavamo vivendo. Questo fenomeno energetico è dovuto al fatto che noi siamo anime incarnate ed in quanto anime non conosciamo né tempo né spazio, giusta la teoria della relatività di Albert Einstein per la quale sappiamo che tempo e spazio esistono solo in presenza di una massa, cioè di un corpo. La nostra anima quindi vive in un continuum dove tempo e spazio non esistono e dove tutte le nostre esperienze, ma anche tutte le nostre possibilità e tutte le varianti alternative alla nostra condizione attuale sono già presenti. 
Certi fenomeni che chiamiamo precognizione, premonizione o sogni profetici, si manifestano per la volontà della nostra anima di evitare la nostra sofferenza o di crearci una opportunità di benessere, perché la nostra sofferenza è anche sua ed il nostro benessere è anche il suo benessere. La nostra anima è un'intelligenza che ci ama, ma che noi non sappiamo ascoltare, e lei più di tanto non ci può aiutare come vorrebbe perché le manca l'energia, quell'energia che noi inconsapevolmente le sottraiamo alimentando un'altra anima, un'anima di cui siamo privi alla nascita, ma che noi stessi creiamo per diventarne i servitori, questa anima si chiama: mente

Se cerchiamo alla voce "mente" su qualsiasi enciclopedia, possiamo leggere che riguardo alla natura della mente esiste una teoria che viene chiamata "prospettiva sostanzialista" di cui il filosofo Platone era il massimo esponente. Secondo Platone la mente è un'entità a sé, avente cioè identità autonoma dal cervello e quindi dal corpo, pur potendo interagire con esso e quindi agire su di esso (come dimostrano i casi delle persone stigmatizzate), ma anche staccarsi da esso. 
Capita a volte di sentire di persone che hanno perso la memoria, che non si ricordano il proprio nome e non sanno nemmeno parlare, in effetti non è la memoria che perdono, bensì la mente, perché la memoria è una funzione della mente e se la nostra mente decidesse di andarsene noi ci ritroveremmo come se fossimo nati in quel momento, senza alcun ricordo. Ciò può verificarsi in conseguenza di un fatto traumatico, di un forte shock, come nel caso di chi sia stato testimone di eventi bellici, allora potremmo perdere la nostra mente che con una decisione unilaterale potrebbe lasciarci per ritornare dopo qualche istante, ma nonostante la nostra prodigalità nel nutrirla attraverso il pensiero, potrebbe anche non ritornare, ovviamente in base all'entità del trauma. 
E' nota la capacità dei bambini di vivere in maniera molto diretta le proprie esperienze, per esempio di passare dal riso al pianto istantaneamente, e ciò succede proprio perché i bambini non hanno ancora formato una mente, l'energia dei loro pensieri non ha ancora raggiunto una forza tale da trascinarli alla continua riflessione su ciò che a loro è successo o su ciò che potrebbe accadere, ed è per questo che a noi possono apparire incoscienti, ma ovviamente non è così. La mente è una entità energetica formata dal fondersi dell'energia dei nostri pensieri, che agisce come un vortice e che ci trarrà fuori dal nostro corpo facendoci vorticare quando il nostro corpo morrà e noi non saremo più ancorati ad esso, un vortice che non si interessa della qualità dei nostri pensieri, ma che ci chiede solo una cosa, energia. 

Dovremmo porre attenzione ai vortici (di cui la svastica è una stilizzazione di derivazione orientale) che vediamo raffigurati nel nostro ambiente e considerarli un richiamo alla presenza, un invito cioè al distacco di quella continua e subdola connessione esistente tra noi e la nostra mente, quel pensare di cui siamo preda non appena ci svegliamo e che ci accompagna per tutta la giornata in un continuo mormorio interiore che quando diventiamo anziani in molti casi non riusciamo nemmeno a trattenere dentro di noi. E' questo il significato della metafora del Peccato Originale, il peccato che i nostri progenitori commisero assaggiando il frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male, cioè quell'effimero piacere nel giudicare su tutto e tutti che noi proviamo e di cui la nostra mente ha tanta sete, quel giudicare che ci allontana da quel Dio che è dentro di noi, la nostra anima. 

Coloro che dubitano dell'esistenza di Dio si chiedono come Dio possa permettere tutte le ingiustizie a cui assistiamo impotenti e che fanno parte della quotidianità. Questo dubbio ha ragione d'essere in quanto immaginiamo un Dio fatto a nostra immagine e somiglianza, ma noi di noi stessi conosciamo solo la nostra mente, tanto che crediamo di essere la nostra mente e pensiamo che Dio abbia una mente potentissima, invece Dio non ha mente. 
Se Dio iniziasse a giudicare su ciò che è giusto o sbagliato creerebbe una mente, perderebbe la sua energia e l'universo si disgregherebbe; le nostre azioni saranno giudicate solo dagli uomini, mai da Dio. 
Dio è un sentimento, è quel sentimento che provò quando divenne consapevole di se stesso, Dio è consapevolezza, e di consapevolezza Dio si nutre e della nostra consapevolezza Dio ha bisogno. 

La consapevolezza è quel sentimento che abbiamo conosciuto quando l'anima si è presentata a noi in maniera simbolica, cioè emanando quella pulsione energetica che noi abbiamo colto e chiamato dejà-vù, e che era una ricerca di contatto con noi e nello stesso tempo una richiesta che la nostra anima ci ha fatto di vivere consapevolmente attimo per attimo della nostra vita come fosse già dentro di noi. 
Ma noi non sappiamo astenerci dal creare mente sottraendo energia all'anima, e questo sia attraverso il giudizio che con il continuo pensiero rivolto al passato o al futuro, finiamo così per perdere progressivamente ogni contatto con la nostra infinita conoscenza interiore. Perdiamo così contatto con quell'anima che vive nel nostro cuore e che è figlia di Dio. 
E' perché noi abbiamo un cuore se possiamo dire di essere immagine e somiglianza di Dio, infatti, l'universo, con la sua azione di espansione e ritrazione è un cuore pulsante, e nel nostro cuore c'è l'energia dell'universo, nel nostro cuore c'è quell'anima che può dialogare con Dio, quell'anima che può chiedere a Dio di manifestare per forza di attrazione la realtà che più ci piace, una richiesta che noi che noi possiamo emettere provando un sentimento, ovviamente un sentimento di consapevolezza. 

"Non io, ma il padre mio compie i miracoli", noi dobbiamo solo emanare la richiesta, noi dobbiamo provare il sentimento della più completa soddisfazione per il risultato che abbiamo ottenuto come se si fosse già manifestato, perché per Dio non esiste un prima o un dopo, Dio non conosce il linguaggio del tempo, Dio conosce solo il linguaggio dei sentimenti. 

"Se dirai alla montagna gettati nel mare, e non avrai dubbi, la montagna si getterà nel mare", ecco cosa si frappone tra noi ed il Paradiso, il dubbio creato dalla mente, ma per superare il dubbio non bisogna desiderare, ma provare quella felicità che proveremmo se il nostro desiderio si fosse già realizzato, allora sentiremmo uno strano palpito nel nostro cuore, un fremito, e allora sapremmo che la richiesta è partita proprio come l'onda elettromagnetica del nostro telefonino. 
Attraverso il nostro cuore noi infatti possiamo emettere un'onda energetica che darà a Dio la possibilità di fare manifestare la nuova realtà per forza di attrazione, proprio come il sole attrae la terra e la terra attrae la luna. 

Avevo visto molti anni or sono un filmato in cui Albert Einstein spiegava la forza di gravità a dei bambini facendo tendere un telo e ponendo una boccia e poi un boccino sul telo, ovviamente il boccino girava attorno alla boccia per la depressione che questa creava. 
Esiste quindi un'energia che sostiene il tutto che è quell'anima che non conosce tempo, non conosce spazio, e dalla quale noi traiamo inconsapevolmente quello che a noi appare come il destino non in base alla nostra intelligenza, ma al nostro stato d'animo e cioè in base alla qualità energetica dei nostri sentimenti come una successione di causa ed effetto. 
Ma l'Anima Madre sarebbe felicissima di far catalizzare immediatamente ciò che noi desideriamo se sapessimo chiedere con consapevolezza. 

Gesù da Nazareth era un maestro in quest'arte e venne al mondo per insegnarcela, ma come sappiamo a qualcuno la cosa non conveniva, Gesù così fu posto a morte assieme a tutti coloro che da Lui avevano appreso la legge della consapevolezza e prima di morire rivolgendosi alla Grande Anima disse: 

"PADRE MIO PERDONA LORO PERCHE' NON CONOSCONO LA CONSAPEVOLEZZA". 

Egli si riferiva a quella legge della consapevolezza che usò per guarire l'infermo provando il sentimento della completa soddisfazione per aver messo quell'uomo sulle proprie gambe quando era ancora sdraiato, un sentimento che fece palpitare il Suo cuore, poi Gesù sentì quanto stessero bene le Sue gambe, ne fu consapevole, e la legge della consapevolezza si manifestò attraendo il benessere delle gambe in tutti coloro che si trovavano nel raggio d'azione di quell'energia irradiata dal Suo cuore, ed il paraplegico guarì. 
Chi volesse provare a fare un miracolo dovrebbe letteralmente "buttarsi" sul sentimento, cioè dovrebbe esse bravo a staccarvi da se, ma, chissà e forse; e se riuscisse a provare questo sentimento sentirebbe un fremito strano nel suo cuore, non un soffio o una tachicardia ovviamente, qualcosa di diverso e di cui si accorgerebbe anche perché contemporaneamente percepirebbe un qualcosa uscire dalla sua testa, si tratta dell'energia mente che per effetto della forza del sentimento lo abbandonerà per una frazione di secondo, e questo permetterà all'energia del cuore di irradiarsi. 
Si tratta di quel procedimento già chiamato "interazione sincronica" tra le nostre tre anime, e che nelle immagini sacre trova riferimento nella croce posta sulla sfera o all'apice dello "scettro" (come in "Glorificazione dell'Eucarestia" lo scettro tenuto dal Figlio). 
Quando poi il prodigio si realizzerà se ne accorgerebbe perché percepirebbe il formarsi di una sfera energetica che va gravare all'interno di una membrana energetica e capirebbe che quella membrana energetica era stata prodotta dal proprio cuore, come fosse una sottile asta, o un lungo scettro che stava lì sopra di sé, un po' sulla destra, ma forse sulla sinistra se fosse mancino (è un fatto puramente energetico), e che una sfera energetica ha piegato, attraendo. 

Di queste proprietà umane era consapevole la Massoneria, una setta che si proponeva di divulgare conoscenze ataviche e che ci ha lasciato questa testimonianza nel simbolo della piramide massonica, dove la manifestazione di Dio, l'occhio raggiante, si ottiene attraverso la perdita di una dimensione (la piramide evolve in triangolo). 
E' interessante notare come il grande pittore e massone Michelangelo, abbia interpretato queste verità nella "Creazione di Adamo", un dipinto che in realtà svela la natura della mente umana, guardando questo affresco possiamo notare infatti come la sagoma degli angeli attornianti il padre che da essa fuoriesce con intento creativo, sia simile ad una sezione del cervello umano. 

Ecco quindi il messaggio dei simboli, ed il significato del Padre che è quell'anima incarnata nel corpo, del Figlio che è quell'anima che dal corpo nasce e che si chiama mente e della colomba che viene chiamata anche Spirito Santo perché è sia anima umana che divina ed è il simbolo onirico di Dio, infatti Dio si può manifestare a noi, ma solo quando la nostra mente tace
Interpretando i nostri sogni come un messaggio criptato da decifrare ci manterremo inevitabilmente sulla superficie di noi stessi, perché l'interpretazione crea mente e questo l'anima non lo vuole e non si farà mai trovare. Se invece imparassimo a relazionare i nostri sogni all'energia prodotta dai nostri sentimenti, questo progressivo lavoro ci porterebbe a trascendere l'emotività della mente e del corpo, per giungere ad un contatto con il nostro profondo cioè la nostra anima, Dio. 

"Salgo le scale della soffitta tenendo una qualche cosa in mano, aperta la porta trovo una colomba ad attendermi, la colomba mi si fa incontro scodinzolando, saltellando e facendomi le feste come fosse un cagnolino, a me e a quello che tengo in mano che mi accorgo essere una piccola colombina che picchiettando ritmicamente sulle sbarre della gabbietta in cui è rinchiusa riproduce il battito del cuore". 
Dio aspetta il nostro comando per servirci senza chiedere nulla in cambio perché noi siamo quel "Figliol Prodigo" che il Padre sta aspettando, noi dobbiamo solo rimparare a chiedere per ritrovarci in quel Paradiso Terrestre da cui non fummo cacciati, ma autonomamente ci siamo allontanati. 
In questo nostro mondo c'è tanto bisogno di nuovi Gesù, compiere i miracoli è solo una questione energetica che si ottiene attraverso la concentrazione, per chi volesse comprendere meglio l'arte del miracolo o capire meglio questa nostra realtà o prepararsi alla prossima vita attraverso le mie straordinarie esperienze, consiglio il mio libro 

di Gian Biagianti

"PADRE MIO PERDONA LORO PERCHE' NON CONOSCONO LA LEGGE DELLA CONSAPEVOLEZZA" 
Edizioni Simple o inedito.it 


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