lunedì 2 gennaio 2012

The Tree of Life

"Papà, mamma, voi due siete in lotta dentro di me". Un’opera fiume (difficile da metabolizzare e decifrare ma senza dubbio di rara potenza), a un tempo intima ed epica, che rifiuta di essere sintetizzata, e che va vissuta quasi come atto di fede, verso il regista o verso la vita.


The Tree of Life, senza mortificanti mezzi termini, è un film visionario fino al midollo. Lo è a livello narrativo, lo è a livello concettuale, a livello visivo e lo è pure in relazione all’udito. Trattasi di un’esperienza totale e totalizzante, che mette in tensione praticamente ogni fibra necessaria alla ricezione di qualsivoglia opera filmica. Ma prima di proseguire su questa falsa riga, inquadriamo ciò di cui ci accingiamo a trattare con innegabile trasporto. 
Piaccia o meno, il film di Malick dispone di diversi gradi di significazione. Ciò implica che, paradossalmente, più che all’interpretazione in senso stretto, si presta maggiormente ad una precisa lettura. Aperta magari, ma decisamente meno di quanto le incalzanti immagini possano suggerire. In superficie abbiamo la storia di una famiglia, gli O’Brien. Padre autoritario, tre figli gioiosamente spensierati ed una madre che funge da collante. Ma non fatevi ingannare: gli episodi che ruotano attorno a questa normalissima famiglia della middle-class americana degli anni ‘50 rappresentano semplicemente il mezzo attraverso cui veicolare il messaggio. Il fine è tutt’altro. 


E che il regista miri ad altro, di completamente diverso, non è affatto difficile realizzarlo. La storia dei cinque O’Brien viene sorprendentemente alternata, con una maestria estremamente efficace, alla storia del mondo - ma che dico il mondo… dell’intero universo conosciuto! Ci rendiamo conto che a questo punto della recensione, posto che qualcuno di voi fosse completamente avulso da tutto ciò che riguarda Malick e The Tree of Life, la tentazione di lasciarsi scappare un’incolpevole quanto ingenua sbuffata sia forte. 

Ed è qui che il nostro meccanismo s’inceppa. E’ qui che noi, umili artigiani della parola scritta, ci scontriamo con uno scoglio pressoché invalicabile. La visione del film, nello stesso istante in cui riuscite a realizzare questo binario parallelo su cui si muove la pellicola, vi avrebbe già rapito, stregato. Avrebbe fatto proprio ogni angolo più recondito, per quanto piccolo, dei vostri organi deputati all’elaborazione, rendendovi talmente inermi da non potere far altro che lasciarvi trasportare da quanto avviene su quel benedetto schermo. 

Sì perché quelle immagini, di una densità cromatica stupefacente, vi entrano nella pelle. Diventano parte di voi. Non sappiamo come rendere meglio quanto avvenuto durante la proiezione. Ciò su cui non nutriamo alcun dubbio è sull’assoluto coinvolgimento emotivo che abbiamo avuto modo di sperimentare. Qualcosa che ci ha fatto entrare a contatto con i pensieri, le immagini mentali che appartengono esclusivamente a chi ha dato vita a tutto ciò. 

Trattasi di una visione talmente epica, inerente alla genesi del creato, da lasciare di stucco. Sostanze che si mescolano; vulcani che esplodono; molecole che si separano; nonché un continuo sciabordio di onde che si frangono nel vuoto di una cascata; di corpi celesti incandescenti che si scontrano, si uniscono, si separano. Ed in mezzo a tale marasma visivo, non dimentichiamoci di un altro nobilissimo senso, ossia l’udito. Brahms, Mahler, Mozart, Bach e ad altri di siffatta specie che accompagnano questa esplosione di sensi entro una cornice poche volte nella storia apparsa così ispirata. Attraverso di essa ci sembra a tratti di scorgere una finestra sul nostro di universo, quello vero e non quello fittizio del film al quale ci stiamo prestando. 

Sonetti di pregevole fattura in movimento, dunque, emozioni che prendono forma generando un misto di sensazioni in grado di indurre un’estasi dal tono mistico difficilmente descrivibile. In un’opera cinematografica che è un viaggio, “Il viaggio“, quello che accomuna ciascuno di noi in questo minuscolo angolo di universo infinitamente microscopico, e paradossalmente immenso proprio per questo. 

D’altro canto, è bene evidenziarlo, The Tree of Life si gioca praticamente tutto, in termini vagamente narrativi, proprio sullo sfrenato accostamento degli opposti maggiormente noti. E’ su questo campo che viene sperimentata la commistione delle teorie evoluzionistiche dell’ultim’ora, in contrapposizione a quelle - solo apparentemente più rigide - della Creazione. Odio e amore convivono, così come la Grazia e ciò che è assenza di essa. Paura e coraggio, chiaro e scuro, vita e morte, Cielo e Terra… potremmo proseguire fino alla noia! 

La presenza stessa degli attori, in un contesto del genere, potrebbe risultare superflua. Ma una simile considerazione apparirebbe contraddittoria alla luce di quanto appena espresso. Il loro contributo si colloca ad un livello congeniale. Sì perché all’interno dell’universo c’è spazio anche per loro, anzi, c’è spazio soprattutto per loro! Così come ce n’è per ognuno di noi. Noi che nutriamo speranze, sogni. Noi che soffriamo, che amiamo, che facciamo del male e ne riceviamo altrettanto. In tal senso Brad Pitt su tutti, ma anche Jessica Chastain, Sean Penn ed il giovane Hunter McCracken si comportano in maniera egregia. 

La sconfinata vastità dello spazio in cui ci troviamo non è semplicemente infinita, bensì perfetta. Tanto da avere bisogno anche delle loro esistenze, che nel loro ordinario dipanarsi trovano un senso, una missione. Esistere è parte di tutto ciò. Né più né meno di quanto fosse lecito attendersi da un appassionato di filosofia quale è Malick, insomma. 

E mentre ci avviamo inesorabilmente alla conclusione di questa trattazione, nella nostra mente corrono immagini, paragoni, similitudini e quant’altro di cui avremmo voluto tanto parlare, ma che lo spazio di una recensione (decisamente più limitato dell’intero cosmo) non permette affatto. Buttiamo lì, quindi, almeno due di questi pensieri che ci tormentano e su cui ci sarebbe piaciuto parecchio soffermarci. Alludiamo alla presenza dei dinosauri (sì, ci sono anche loro!), oltre che all’estrema vicinanza concettuale a capolavori come 2001: Odissea nello Spazio e Blade Runner

E se con la prima pellicola da noi citata le analogie sono chiare, in relazione all’altro film di fantascienza di Ridley Scott c’è un piccolo appunto da fare. Così come in Blade Runner, infatti, anche in The Tree of Life la valenza dei ricordi assume un ruolo primario. De facto, il film di Malick è un costante ricordare, in un percorso che va a ritroso ma che trascende il concetto di tempo, abolendo passato, presente e futuro in modo disarmante - positivamente, s’intende. Tutto ciò, senza che nessuno ci tolga dalla testa che il vero Albero della Vita risieda proprio in questo: nella sacra capacità di ricordare, infusa a priori dentro ogni singolo essere umano. 

In più, cosa da non sottovalutare, la pellicola reclama a gran voce una seconda visione che, inutile dirlo, al momento non ci possiamo permettere. E’ raro avvertire tale esigenza ancora prima di abbandonare la sala. 

The Tree of Life non è semplicemente il film apparso ad un Festival: è il film di un’intera generazione. A voi l’arduo compito di stabilire quale sia l’inizio della generazione in questione. A noi basta ciò che abbiamo visto, sentito e, soprattutto, provato. Sinceramente, non avvertiamo il bisogno d’altro.




The Tree of Life (USA, 2011), di Terrence Malick con Brad Pitt, Sean Penn, Joanna Going, Fiona Shaw, Jessica Chastain, Jackson Hurst, Lisa Marie Newmyer, Crystal Mantecon, Tom Townsend, Jennifer Sipes, Tamara Jolaine, Will Wallace, Kimberly Whalen, Michael Showers, Danielle Rene, Margaret Hoard, Zach Irsik, Brayden Whisenhunt, Erinn Allison, Jodie Moore, Chris Orf, Cole Cockburn, Christopher Ryan, Alex Draguicevich, Robin Read e Anne Nabors. 


Fonte: http://www.everyeye.it; http://www.cineblog.it










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