sabato 4 febbraio 2012

Giordano Bruno, la vita e il pensiero

Giordano Bruno (1548-1600) è uno dei grandi saggi che sapevano senza bisogno di conoscere; hanno compiuto "miracoli", fatto magie, intrapreso grandi avventure, sfidato la morte, espresso una sapienza più profonda ed ampia dei loro tempi e persino di quelli attuali: scienza eretica, ermetica così semplice da spiegare i più grandi misteri, le origini, la vita e la morte dell'uomo.


Il 17 febbraio 1600 in piazza Campo de' Fiori al centro di Roma fu arso vivo sul rogo. Era l'esecuzione di una sentenza pronunciata dopo un processo durato otto anni: la sua "colpa" era eresia, ovvero idee audaci, contrarie alla dottrina della chiesa cattolica. Si uccideva allora il suo corpo, ma non il suo pensiero, non la traccia di quella filosofia delle filosofie che unisce tutti i saperi e ha il dolce, sublime profumo della verità. 
Quale verità? L'immortalità dell'essere umano!
La sua vita ha segnato la storia del Rinascimento. L'eco della sua esistenza, del lungo processo e del rogo si è poi spenta per più di due secoli, sepolta negli archivi del vaticano. Fu la presa di Roma da parte delle truppe di Napoleone (1809) ad aprire gli archivi e a portare i documenti a Parigi, dove tutta la storia venne alla luce. 


Giordano Bruno è ricordato maggiormente per il "torto" che subì piuttosto che per l'eccelso pensiero filosofico che aveva concepito. Questa forse è l'ingiustizia più grande!
Lui che ascoltando l'atroce verdetto, sfinito dalle sevizie e da otto anni di dura detenzione, si rivolse ai suoi accusatori con la memorabile frase: 

"Forse voi giudici pronunciate la sentenza contro di me con più paura di quanto io ne abbia nell'ascoltarla". 

Lui che aveva osato rivoluzionare la cosmologia del suo tempo proponendo un concetto di universo infinito che avrebbe spianato la strada alla scienza moderna. Lui, povero frate ritenuto colpevole di eresia per quella sua mente troppo geniale, avrebbe anzi avuto di che nobilmente compatire la miopia di quegli altissimi prelati che, temendo la gloria del suo professare, ne eternavano con il fuoco la figura, e con essa la parola ma anche la significatività dell'immagine. 
"Erano tempi in cui certe cose accadevano" è la difesa, debole e qualunquista, di chi crede che, storicizzando senza riserve, si possa incondizionatamente giustificare tutto e tutti.
A quattro secoli dall'assassinio, onoriamo Giordano Bruno quale precursore che proclamò la pluralità dei mondi e la vita cosmica. 

Battezzato col nome di Filippo, assunse quello di Giordano quando vestì l'abito monastico nel convento di San Domenico a Napoli, dove fu sacerdote e, infine, dottore in teologia. Studiò avidamente poeti e filosofi raggiungendo un elevatissimo grado di cultura ed affermandosi subito come quell'eccellente e raro ingegno che doveva in seguito dimostrarsi. Ma dalle letture dei grandi pensatori del passato (da Eraclito a Parmenide a Lucrezio a Copernico, Lullo e tanti altri) fu ben presto distolto per soddisfare una insofferente smania di ricerca verso nuovi orientamenti: si aprì così a studi che lo indussero a quegli atteggiamenti eterodossi giudicati sufficienti dai suoi superiori per sospettarlo, ed in breve accusarlo, di eresia. 

Lasciato per due anni l'abito religioso, vaga per la Liguria, Piemonte, Veneto e Lombardia, fino a passare le Alpi e raggiungere Ginevra, dove l'irrequieto spirito aderisce al calvinismo per poi fuggire dopo aspre conteste. Ottiene dunque a Tolosa il dottorato nelle arti e la cattedra e, a Parigi accolto da Enrico III, un incarico accademico stipendiato. Qui nella capitale francese, compone le tre opere fondamentali intorno alle sue teorie sull'arte combinatoria e la mnemonica, materie cui egli attribuisce tutto il suo sapere, sorta di "segreto per l'apprendimento" che, attuabile o no che fosse, fu probabilmente la causa del peggior tiro che l'invidia gli avrebbe procurato in futuro. 
Abbandona la Francia a causa dell'incombente ripresa della guerra civile, giunge in Inghilterra con la protezione dell'ambasciatore francese, il Conte Castelnau.
Da Londra a Oxford quale leggitore di filosofia e astronomia, ma, in seguito a pesanti dispute con quei teologi, ritorna sui suoi passi ospitato dallo stesso Castelnau. 

Tormentato animo, Bruno non si ferma, e, dopo altri svariati soggiorni europei approda a Francoforte, città che per prima dà alle stampe tre dei suoi poemi latini. Ma (destino volle) accetta l'invito a Venezia del nobile Giovanni Mocenigo. Che cosa avvenne tra i due per scatenare la perfidia del patrizio veneziano è cosa che sta fra due versioni: quella ufficiale, dichiarata dal Mocenigo, di aver sentito l'ospite bestemmiare e proclamare eresie: l'altra deduttiva e molto più probabile, della vendetta di questi per essere stato deluso della scarsa applicabilità dell'arte della mnemotecnica c'egli era desideroso di apprendere. Fatto sta che, prelevato alle tre di mattina da casa Mocenigo e incarcerato al Sant'uffizio di Venezia, il calunniato fu vinto. Non sarà mai più libero.

Sintesi del pensiero bruniano
Il pensiero di Giordano Bruno non può essere scisso dalla sua vicenda personale, dalla sua tragica fine. Un corrispondente di Keplero (che apprezzava l'opera di Bruno) gli confessava, nel 1608, di non essersi saputo dare ragione della fine del filosofo: dal momento che non credeva più in un Dio di giustizia, distributore supremo di pene e di premi nell'aldilà, perché sopportare tanti patimenti soltanto per difendere la verità? Era una domanda grave, che ci fa pensare al diverso comportamento di Galileo e ci ripropone il problema del significato di tutta la cultura del Rinascimento, di cui Bruno costituisce insieme, il culmine e l'epilogo. Proprio rifiutandosi di rinnegare le proprie idee, lui che non credeva più nelle tavole dei valori, si faceva martire e confessore di altri valori e di un altro modo di concepire la vita. 
Egli, come altri uomini del Rinascimento, aveva affermato che la dignità dell'uomo, la sua nobiltà, il suo significato, dipendono dal suo agire; che il premio dell'azione è nel senso dell'azione, nella sua fecondità, in quello che l'azione dà per se stessa. Ma questa concezione della vita, che rompeva con una vecchia morale, non significava rifiuto di vincoli morali, bensì una morale nuova e più rigorosa intesa come responsabilità personale e profonda. Proprio quello che l'amico di Keplero non capiva nel gesto di Bruno costituiva la maggiore conquista di una civiltà di cui la fermezza del filosofo diventava il simbolo.

Ma Bruno significa anche un'altra conquista: l'uomo restituito a se stesso, reso padrone della propria sorte. Divenuto centro consapevole del proprio mondo, riconosce la grandezza e il significato della natura, dell'universo fisico che lo circonda, ne comprende l'immensità, le forze inesauribili, le forme infinite, l'estensione senza barriere. Rompe l'immagine casalinga di un mondo simile a una grande casa, fasciata e chiusa da sfere cristalline e immutabili. Liberato da una falsa concezione del divino, proprio nel punto in cui conquista l'autonomia morale, l'uomo ha il coraggio di liberarsi da una visione primitiva del mondo. Sa che egli non è il centro fisico dell'universo, anche se si accorge della potenza della propria ragione e delle proprie capacità. 
Per paradossale che possa sembrare, nel punto in cui il pensiero umano afferma la sua centralità nel mondo morale, distrugge la veduta puerile dell' antropomorfismo fisico attraverso la distruzione del geocentrismo. E ne nasce quella concezione del mondo fisico e del mondo morale che è stato caratteristica del mondo moderno, e che ha significato una doppia liberazione: dalle superstizioni prima e dai servaggi poi, sul terreno etico-politico; dalla soggezione alla natura, che non può essere dominata se non è affrontata "scientificamente". 
Orbene colui che trasformò l'ipotesi eliocentrica copernicana in una solenne concezione liberatrice, avanzando l'idea di mondi infiniti, di spazi senza confini; chi affrontò impavido l'idea dell'infinito universo e degli infiniti mondi, fu ancora Giordano Bruno.

Come la lotta contro la bestia trionfante del mito e della superstizione libera l'umanità sul piano morale e la restituisce integra a se stessa, così l'interpretazione dell'ipotesi astronomica di Copernico come concezione liberatrice della natura universale, libera la mente da quella antica barriera che le impediva di affrontare la natura com'è, senza timori, per esplorarla e trasformarla. Entro questa visione del mondo, matura una precisa concezione morale che fa corpo con essa, e che si articola in due momenti:

1) La liberazione dal vizio e dalla superstizione (fra loro indissolubili);
2) La conquista della virtù e della verità, indissolubili anch'esse.

La sua è un'etica di operosità, un elogio congiunto del lavoro manuale e di quello intellettuale. 
L'uomo - scrisse ancora - non contempli senza azione e non operi senza contemplazione. Soprattutto negli Eroici Furori si accentua la visione dell'infinito e la celebrazione dello sforzo che l'uomo fa per oltrepassare "eroicamente" tutti i limiti e tutti i confini. Che era un modo di sottolineare in forme poetiche l'inarrestabile slancio umano, oltre tutte le posizioni raggiunte, per la supremazia della verità.
Egli sta contro tutto il Medio Evo e lo scrolla dai cardini. Insegna che non vi è che un solo cielo, uno spazio infinito entro cui tutte le cose si muovono. In questo spazio sconfinato sfavillano innumerevoli stelle, folgoranti soli, anzi, sistemi di soli, poichè ogni sole, dice Bruno, è circondato di pianeti che egli, a somiglianza del nostro, chiama terre. Non vi sono che soli e terre e la ragione per cui vediamo soltanto i soli è la lontananza, che ci impedisce di vedere le terre opache. Tutti i movimenti nello spazio sono relativi; nessuna stella si trova al centro dell'universo, ma ognuna è centro del suo cielo nel suo sistema. In questo senso vi sono cieli innumerevoli. Non si dà un "sopra" e un "sotto" se non in senso relativo. 
Dicasi lo stesso della leggerezza e della gravità. Nessun corpo è in se' pesante, mo solo in rapporto al suo centro di attrazione. Bruno ha un presentimento della gravitazione universale nella seguente affermazione: i corpi si muovono liberamente nello spazio e si mantengono nella loro reciproca posizione grazie alla forza di attrazione. I soli si muovono attorno al loro asse, e oltre questo si ha un movimento nello spazio. 

Dal Cusano, Bruno conosce le macchie solari. Prima del Tycho Brahe, ricava dal movimento delle comete la prova che non esistono sfere fisse, alle quali stiano appiccicati i piani e meno ancora che si tratti di sfere di cristallo. Il mondo di Bruno è il mondo reale, come lo conosce la scienza contemporanea. Non sarà mai dimenticato che egli fu il primo che comprese la vera costituzione del cosmo. La sua concezione dell'infinito rovescia la concezione geocentrica della chiesa e sviluppa la concezione eliocentrica di Copernico

La personalità morale di Bruno s'intravede in questa risolutezza nel giungere alle conclusioni estreme. Dove il cauto astronomo trovava un limite o una barriera, egli non si arresta. Bruno non ha le positive cautele degli scienziati di mestiere, pieno com'è del convincimento del potere sterminato della ragione. 
Se Copernico si accontenta di rivoluzionare il sistema del nostro sole, egli non capisce perchè non si debba andare più in là.

Giordano Bruno nella teologia proclamò il panteismo. 
Nella cosmologia intuì l'infinità dello spazio. 
Nell'astronomia sostituì il sistema eliocentrico a quello geocentrico. 
Nella biologia affermò l'esistenza della vita in tutta la natura. 
Nella psicologia dimostrò il pampsichismo, cioè l'animismo universale. 
Nell'etica gettò le basi di una morale positiva, areligiosa e indipendente sostenendo che tutto l'universo è pervaso da una teleologia immanente, per cui si perfeziona e si migliora ogni cosa, essendo la natura causa, legge e finalità a se stessa. 
Distruttore dei pregiudizi dei suoi tempi, egli - soprattuto - ricostruì la scienza e la filosofia della natura; distrusse le antitesi della metafisica, nella filosofia e nella scienza. Combattè l'antitesi tra la forma e la materia, sostenuta dai filosofi dualisti
Combattè l'antitesi tra il cielo e la terra, sostenendo l'unità di questi, la teoria geocentrica e l'ipotesi della pluralità dei mondi. combattè l'antitesi tra lo spirito e la materia, tra l'anima e il corpo, tra il senso e l'intelletto, sostenuta dagli psicologi dualisti, conciliando questi termini, creduti contraddittori, e sostenendo l'unità dello spirito e della materia, l'inseparabilità dell'anima e del corpo e l'identità del senso e dell'intelletto. 
Contro le antitesi tra la causalità cosmica e la volontà divina, tra la necessità naturale e la libertà morale, tra la finalità trascendente e la finalità immanente, tra il bene ed il male, si sforzo di conciliare tutte queste antinomie, riportando i contrari all'unità assoluta, dove tutte le differenze restano eliminate. 

Contro il dualismo tra Dio e la Natura, sostenne che Dio non è una causa esteriore al mondo, ma un artista interiore, un principio efficiente, informativo dal di dentro. L'erroneo concetto del cristianesimo aveva scisso Dio dalla Natura, segregato la Natura dall'uomo. La Natura era decaduta, maledetta, asilo di demoni, di spiriti malvagi. 
L'unità nell'infinito o nell'immenso è il concetto fondamentale del brunismo. L'infinito non solo risplende nella massima esplicazione dell'universo, ma anche nell'opposto limite, cioè nella complicazione del minimo elemento, nella monade. In tutto c'è vita. 
L'universo è contenuto in potenza nella monade, così come nell'individuo è contenuta la specie, la nazione, l'umanità.

Bruno è stato spesso visto dai clericali quasi come un anticristo. Ora, occorre dire chiaro che Bruno criticò la Chiesa e il clero del suo tempo, scardinò molti dei dogmi del cristianesimo, ma non fu maestro di irreligiosità. Per lui ogni parte, anche minuscola dell'universo, è la divinità stessa. L'universo si confonde con la sostanza, cioè con Dio. La conoscenza del divino è razionale, cioè si giunge ad essa con la nostra ragione, ed è questa la forma più perfetta per conoscere la divinità. I preti non c'entrano niente. 
Ma negli Eroici Furori egli spiega che la divinità si conosce in due modi: per via di ragione e per contatto mistico. 
Bruno naturalmente dà dignità solo alla prima maniera. Coloro che conoscono Dio per ratto mistico - dice - sono simili all' "asino che porta i sacramenti". Conoscono il vero, ma non c'è merito. 
Vi sono per lui due modi di conoscere: quello che dà la filosofia e quello che dà la religione. 
Bruno sceglie il primo, ma non rigetta il secondo. 

Nel De Umbris Idearum dice che "la religione è l'ombra della verità: ma non è il contrario della verità"
E' una conoscenza incerta, pallida, dubbia, una conoscenza contraddittoria escura, che non dà pieno affidamento, ma comunque è un grado della verità. L'ombra è un invito a passare nella luce. La religione deve intendersi come un invito ad assurgere alla filosofia. 
L'essenziale per Bruno, non è la religione, ma la morale. Una morale senza dogmi (come è stata giustamente definita), che elimina la necessità di una educazione ecclesiastica. Che mira alla liberazione attraverso lo sforzo e la volontà individuale. 
La filosofia bruniana è una filosofia dell'eroismo, diretta a liberare gli uomini dalla paura. 
Quando la paura - afferma - sia caduta dal nostro animo, noi siamo veramente uomini, parte consapevole, cioè, dell'infinito.

I maestri e le fonti
Si è discusso spesso su chi fossero i cosiddetti "invisibili" di Bruno. Coloro che prima di lui si erano scontrati con le dottrine e le chiusure mentali dei tempi. Quelli che con diversa passione avevano assaporato il piacere della conoscenza e avevano scelto di intraprendere il lungo cammino che porta alla ricerca della verità. 
La lettura di alcuni di questi autori, proibiti nel convento di San Domenico, dove Bruno studia, gli procurano le prime accuse di natura eretica. Quella di altri, che sarebbe riduttivo riportare in queste pagine (Platone, Aristotele, Socrate...), gli lasciano intravedere in positivo e negativo quello che di lì a poco diverrà il proprio pensiero filosofico. 
Sono le ombre di questi sapienti che lo sosterranno negli ultimi anni di vita, passati nel carcere in solitudine. Quelli che Bruno non tradirà mai con l'abiura, nel cui nome sopporterà torture e digiuni, ma soprattutto per le cui idee affronterà il tragico epilogo.


Citazioni
- "Se questa scienza che grandi vantaggi porterà all'uomo, non servirà all'uomo per comprendere se stesso, finirà per rigirarsi contro l'uomo."

- "Verrà il secolo in cui l'uomo scoprirà forze potenti nella Natura."

- "Dio è atto puro, luce purissima, è l'Uno da cui tutto origina e che è nel tutto. Tutto è Dio e Dio è il tutto..."

- "...Verrà un giorno che l'uomo si sveglierà dall'oblio e finalmente comprenderà chi è veramente e a chi ha ceduto le redini della sua esistenza, a una mente fallace, menzognera, che lo rende e lo tiene schiavo... l'uomo non ha limiti e quando un giorno se ne renderà conto, sarà libero anche qui in questo mondo."

- "...L'uomo che infligge morte è colui che più la teme; è un paradosso, ma chi procura la morte, cerca disperatamente di comprenderla, di penetrare la mente di Dio."

- "...Il tempo è l'interazione tra il concepimento di un'idea e la sua manifestazione."

- "...Non so quando, ma so che in tanti siamo venuti in questo secolo per sviluppare arti e scienze, porre i semi della nuova cultura che fiorirà, inattesa, improvvisa, proprio quando il potere si illuderà di avere vinto."

- "...Che ci piaccia o no, siamo noi la causa di noi stessi. Nascendo in questo mondo, cadiamo nell'illusione dei sensi; crediamo a ciò che appare. Ignoriamo che siamo ciechi e sordi. Allora ci assale la paura e dimentichiamo che siamo divini, che possiamo modificare il corso degli eventi, persino lo Zodiaco..."

- "La morte è il dissolversi dei vincoli, tra il corpo composto da atomi e il corpo diafano e trasparente che è l'essere sustanziale."

- "Non è la materia che genera il pensiero...è il pensiero che genera la materia."

- "...Dio il Signore di tutta la natura, ha concepito tutti gli esseri e ha concesso a loro questo mistero della riproduzione eterna che comprende in sé l'affetto, la gioia, l'allegria, il desiderio e l'amore divino..."

- "...In nessuno modo un corpo può agire su un corpo, né la materia sulla materia, né parti della materia e del corpo possono agire su altre parti, ma ogni azione proviene dalla qualità, dalla forma ed in definitiva dall'anima..."

- "...L'anima infatti abbandona il suo corpo alla fine della vita, ma non può certo abbandonare il corpo universale, né essere abbandonata da questo..."

- "C'è un'unica vera Luce che illumina gli universi ed un unico Sole che li rende vivi."

- "...Chi perciò consistendo nel luogo e nel tempo, libererà le ragioni delle idee dal luogo e dal tempo, si conformerà agli enti divini..."

- "Il linguaggio degli astri è musica, è canto che si riflette anche nell'uomo perché...c'è un'aurea catena che collega la terra al cielo..."


Tratto da:

  • Il Giornale dei Misteri n°344 Giugno 2000 - di Fulvio Cariglia
  • La Futura Scienza di Giordano Bruno di Giuliana Conforto, ed. Macro
  • /www.giordanobruno.info

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