giovedì 19 aprile 2012

The Road, il lungo viaggio di un padre e di un figlio

In un mondo post catastrofe, un padre e un figlio percorrono assieme una strada
Rabbioso, struggente, doloroso: The road è un autentico capolavoro, un film duro e non semplice da digerire, ma assolutamente perfetto nella sua intensità emotiva e nel suo degrado visivo e fisico.


Interpretazioni di altissimo livello, ci accompagnano in una storia che porta il marchio impresso a fuoco di Corman McCarthy, scrittore del libro "La Strada", premio Pulitzer nel 2007 e di John Hillcoat regista dell'adattamento cinematografico che offre una visione del futuro di grande fascino pur nella sua desolante aridità, morale e materiale. Entrambi ci offrono una Perla degna di essere vista e rivista. 
L'ambientazione della pellicola è quella di un mondo distrutto da una non meglio specificata catastrofe, in cui gli uomini hanno perso quasi ogni forma di legge e sopravvivono spesso soltanto affidandosi al loro istinto animale. In questo inferno terreno, pratiche come l’omicidio, la tortura e il cannibalismo sono considerate la normalità, mentre la figura del padre tenta in ogni modo di salvaguardare un briciolo di purezza negli occhi giovani e infantili del figlio. Entrambi non hanno certezze, ma si muovono verso sud convinti che li la loro vita sarebbe potuta migliorare. La sopravvivenza nel mondo di “The Road” è legata al cibo, al calore e al riposo, tutte cose che noi, nel ventunesimo secolo, diamo per scontate. Il film presenta nude e crude le difficoltà cosi come le soluzioni: in una scena, ad esempio, il padre mostra al piccolo in che modo deve impugnare la pistola per suicidarsi nel caso in cui lui fosse morto e “qualcuno” stesse per catturarlo. Quasi sempre, durante il viaggio, il cinismo del padre, temprato oramai dall’età e dall’esperienza, deve piegarsi alla compassione del figlio, capace ancora di guardarsi attorno con speranza e pronto a dare fiducia al prossimo.

Trama
Un uomo (Viggo Mortensen) viaggia lungo una strada desolata con un carrello pieno di oggetti, in compagnia del figlio (Kodi Smit-McPhee). Il mondo è stato devastato, le cause una guerra o un'apocalisse di origini sconosciute, e il paesaggio è sconquassato da piogge radioattive. I pochi sopravvissuti sono costretti a vagare incessantemente alla ricerca di cibo, dovendo stare attenti ai pericoli che la situazione comporta. 
La fame e l'assenza di cibo hanno portato al diffondersi del cannibalismo, e ogni incontro è un potenziale pericolo per la sopravvivenza. L'uomo viaggia col figlio verso sud, abbandonato tempo prima dalla moglie (Charlize Theron) stanca di vivere in una realtà così difficile e probabilmente morta, e tra i pochi oggetti in suo possesso vi è una pistola con due proiettili, da usare in casi estremi per un sucidio forzato, atto a evitare sofferenze indicibili per mano dei mangiatori di carne umana. Durante il loro tragitto la coppia di viaggiatori incontra il vecchio Ely (Robert Duvall), tra i pochi ad avere ancora un minimo d'umanità in un mondo dominato dall'odio e dalla paura. Ma la strada è lunga e l'uomo e il bambino dovranno incontrare mille difficoltà per avvicinarsi a una meta fatta di speranze e incognite. 



Devastazione e perfezione 
Una straziante ed eterea poesia di dannazione. Il futuro descritto da McCarthy e rappresentato su schermo da Hillcoat è forse il più triste e malinconico che sia mai apparso su celluloide. Sicuramente The road è un film per stomaci forti e cuori d'acciaio, in quanto le scene disturbanti non mancano, anche se colpiscono più sul lato emotivo che su quello prettamente visivo. Assistere, impietosamente, al destino ineluttabile che attende alcuni sopravvissuti, conservati come riserve alimentari, è tra le scene più scioccanti dell'intera storia, ed è capace di ferire nel profondo, soprattutto per il modo in cui viene mostrata. 
Paradossalmente, il personaggio interpretato da Mortensen (di cui non conosciamo mai il nome, così come di tutti i protagonisti del film) è uno spettatore attivo: infatti decide di intervenire solo sporadicamente negli eventi, per non compromettere la vita sua e del figlio, e osserva impotente le atrocità più bestiali. Qualsiasi barlume di umanità è svanito, è rimasta solo la cenere che permea l'area e che simboleggia un deserto dell'anima, affamata di cibo ma soprattutto d'amore e carica di una malinconia che attanaglia chi è rimasto in vita. 
Non può invece colpire il figlio, nato agli albori di questa nuova era di dolore, e che perciò assume a ruolo di centro emotivo della storia, più volte in contrasto con quello obbligatoriamente razionale della figura paterna. 

Il viaggio compiuto dai due protagonisti è sì fisico, ma metafora di una maturazione morale che sembra avvenire ardentemente nel ragazzino, mentre perde lentamente forza in quelli della figura di Mortensen, che prevede il futuro e racconta i suoi turbamenti in toccanti voice-over, quasi si ergesse a voce narrante, solitario cantore di un mondo allo sfascio. La scelta di non affidare nomi ai personaggi (se si esclude quello di Duvall, che con un flebile sussurro afferma di chiamarsi Ely) rende bene l'idea dell'immedesimazione, quasi a identificarli con l'umanità intera, e chiunque potrebbe essere nei loro panni. Panni vestiti egregiamente dal cast, con prove di altissimo livello. 

Mortensen, visibilmente sciupato, barba incolta e denti ingialliti, è straordinario nel tratteggiare una figura così divisa tra rimorsi e rimpianti, passato e presente, cui non importa della propria esistenza ma solo di quella di suo figlio. Non solo nello sguardo, ma provato anche nel corpo, l'Aragorn di un tempo si conferma ancora una volta come attore versatile e pronto a tutto, subdolamente ignorato da chi assegna premi a destra e a manca. Stupefacente anche la prova del piccolo Kodi Smith Mc-Phee, che si infila senza difficoltà alcuna nelle vesti del bambino costretto a divenire uomo prima del tempo. Intensa anche Charlize Theron , nonostante la sua presenza sia limitata solo ai tormentati flashback che assalgono Mortensen a più riprese. Sforna invece la sua ennesima, straordinaria, interpretazione Robert Duvall, quasi irriconoscibile nei panni del vecchio e decadente Ely, unica luce d'umanità incontrato sulla strada. 

Ogni particolare è curato all'eccesso per rendere i luoghi "riccamente" spogli, teatro di scorribande e gesta indicibili, assuefatti dal fumo della disperazione, con una fotografia che adempie al compito con insospettate, e gradite, velleità pittoriche. E la colonna sonora curata da Nick Cave e Warren Ellis è l'ennesimo valore aggiunto, con le sue dolenti note suadente accompagnatrice dei morti che camminano. E il cammino non è semplice, ma capace di donare grandi soddisfazioni a chi non ha paura di soffrire per un film e i suoi protagonisti, e così facendo godrà la visione di un capolavoro con la C maiuscola.  
The road è semplicemente questo, un'altra pagina di grandissimo Cinema che almeno per il momento, rimarrà confinato fuori dalla nostra penisola. 

In conclusione, “The Road” è un viaggio, una scoperta dietro ogni fotogramma, un film da vedere, da far vedere anche ai bimbi, agli anziani, ai giovani, agli adulti, a chiunque, senza paura del crudo o dello scabroso, poichè, molte volte, è ciò con cui tutti devono convivere ogni giorno.


Fonte: 
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