mercoledì 16 maggio 2012

Yoga e Buddhismo

Yoga è una parola sanscrita che in tibetano viene tradotta naljor. Yoga significa unione, ma naljor significa conoscenza primordiale: nal vuol dire originale o autentico e immutabile, e quindi condizione originaria, e jor significa possedere o scoprire questa condizione. Quindi il vero significato della parola è quello di scoprire la nostra condizione reale. (Chogyal Namkhai Norbu – Un’introduzione ai principi generali dello Yantra Yoga)


Agli inizi degli anni ’80 ho iniziato ad interessarmi pressochè contemporaneamente sia al Buddhismo che allo Yoga: mi sono avvicinato a queste due tradizioni in modo un po’ “casuale”, sia perché a quei tempi le due tradizioni non erano ancora molto conosciute né tantomeno di moda, e sia perché, nel contesto sociale e culturale in cui vivevo, erano completamente ignorate ed estranee.
Ho incontrato le due tradizioni attraverso i libri che, in qualche modo, mi capitava di leggere, e già da queste prime letture c’è stato qualcosa che è risuonato in me, che mi ha spinto a continuare la ricerca, che mi ha indirizzato verso la pratica.

Oggi termini quali Yoga, Buddhismo e meditazione sono ormai entrati nella nostra cultura: da una parte questo è un fatto molto positivo perché permette di avvicinarci a queste tradizioni senza paura e senza avere la sensazione di “fare qualche cosa di strano”; d’altro canto, nel nostro mondo frenetico e consumistico, c’è il pericolo di perdere di vista il vero senso, lo scopo originale di questi insegnamenti.
Allora è utile porsi qualche domanda:
Che cosa significa per me, ora, praticare Yoga? Con quali atteggiamenti, con che obiettivi mi avvicino ad un cammino di ricerca interiore come il Buddhismo? C’è qualcosa che distingue “ciò che faccio” nello yoga, nella meditazione, dalle altre attività della vita quotidiana? C’è una relazione tra il mio modo di praticare, cioè la qualità di mente corpo che porto nella pratica, e i risultati della pratica stessa?

Quando leggiamo o sentiamo parlare di Buddhismo e non ne abbiamo nessuna conoscenza, possiamo pensare che sia uno dei tanti “ismo” orientaleggianti, una moda a cui aderire o invece da rifiutare, perché noi abbiamo le nostre radici culturali.
Che cosa è allora il Buddhismo?
Certamente per moltissime persone al mondo è una religione, intendendo con questo termine un insieme di credenze e rituali a cui, nella stragrande maggioranza dei casi, si aderisce per ragioni socio culturali; ad esempio in Tailandia, Birmania e Sri Lanka è la religione di stato con tutte le conseguenze, sia positive che negative, che ciò comporta.
Sicuramente il Buddhismo è una filosofia, o forse sarebbe meglio dire un insieme di approcci filosofici in quanto all’interno di esso sono presenti una pluralità di modi di vedere, una pluralità di modelli della realtà, ognuno supportato da una ampia letteratura e da una ricca tradizione.
 
Questi due aspetti, sebbene rilevanti e certamente presenti, sono secondari e complementari: la caratteristica principale del Buddhismo è quella di essere un via di conoscenza, un cammino di ricerca interiore rimasto nei secoli vivo e vitale, con un patrimonio di metodi e di tecniche che, se comprese e applicate correttamente, possono condurci ad una maniera di vivere più salutare, possono farci riscoprire la felicità e l’armonia nella nostra vita quotidiana.
È una via di conoscenza umana, nel senso che è dell’uomo e per l’uomo: cioè è l’essere umano che ha il compito e la responsabilità di percorre questa via con fiducia e determinazione; è una via umana perché riguarda il modo che ha l’essere umano di vivere e fare esperienza.
 
Il Buddha, alla reiterata richiesta del monaco errante Bahiya di insegnargli quale fosse la via di conoscenza che insegnava, rispose in questo modo:
Allora, Bahiya, dovrai esercitarti così: in ciò che è visto ci sia solo ciò che è visto, in ciò che è udito ci sia solo ciò che è udito, in ciò che è percepito ci sia solo ciò che è percepito, in ciò che è conosciuto ci sia solo ciò che è conosciuto.
(Il Buddha - Udana)
Ai nostri giorni un grande maestro Tailandese si è espresso nel seguente modo:
Il Dhamma non è lontano, è qui con noi. Non ha a che vedere con gli angeli del paradiso o cose del genere. Ha a che vedere con noi, con quello che stiamo facendo in questo preciso momento. Osservatevi. A volte c’è felicità, a volte c’è sofferenza, a volte il piacere, a volte il dolore, a volte l’amore, a volte l’odio … questo è il Dhamma. Capite? È questo il Dhamma da conoscere, dovete indagare la vostra esperienza.
(Achaan Chah - Il Dhamma Vivo)
Dove la parola Dhamma, equivalente pali del termine sanscrito Dharma, indica sia l’insegnamento del Buddha che la legge di Natura, indica l’ordine naturale delle cose così come sono e la prassi che ci permette di essere in armonia con questo ordine.
Quindi il tratto più importante e più utile dell’insegnamento del Buddha è quello che fa riferimento all’indagare, all’esplorare, all’osservare di momento in momento la nostra esperienza, l’esperienza dei cinque sensi e della mente, non per separarcene né per diventarne schiavi, ma per riscoprire una modalità di percepire conoscere il più possibile libera da condizionamenti, semplice, diretta e autentica, che favorisce un modo di vivere più completo e nello stesso tempo più armonioso ed equilibrato.

Anche nello Yoga il “laboratorio” per la nostra ricerca è formato dal nostro corpo e dalla nostra mente.
Iniziamo ad addentrarci nello Yoga esaminando il significato del termine stesso attraverso le definizioni date da alcuni grandi maestri.
T. K. V. Desikachar, un maestro indiano contemporaneo, ha scritto:
La parola Yoga è sanscrita e deriva dalla radice yuj che ha due significati tradizionali. Il primo è riunire due cose, unire, incontrare. Il secondo significato è simile a samadhi, cioè far convergere i movimenti della mente. Sebbene queste definizioni sembrino diverse una dall’altra, di fatto sono identiche. …
Un altro significato importante e in un certo senso più interessante, è raggiungere un punto non ancora raggiunto. …
Un altro aspetto importante dello yoga riguarda l’azione, poiché yoga significa anche agire in piena coscienza e totale attenzione. …
Un’altra definizione classica della parola yoga è unione con il Signore. Quale nome adoperiate – Isvara, Dio, Allah – non ha importanza. (T. K. V. Desikachar – Yoga e religiosità)
A sua volta Sri Nisargadatta Maharaj, un maestro indiano vissuto nel secolo scorso ha scritto:
Dopotutto, lo yoga non è altro che la ricerca di una durevole felicità interiore. …
Lo yoga è la scienza e l’arte della liberazione tramite la comprensione di se stessi. …
Yoga vuol dire indagare con intensità e metodo nella propria mente.
(Sri Nisargadatta Maharaj – Io sono quello)
Da queste citazioni vediamo immediatamente la ricchezza della tradizione dello Yoga e comprendiamo che, sebbene lo Yoga sia uno, nello stesso tempo esso contempla molti aspetti, molte dimensioni.

Yoga è un termine spirituale molto usato un po’ in tutte le tradizioni sviluppatesi in India, e assume sfumature e significati diversi, sia in funzione del contesto (tradizione spirituale, testo ecc.) e sia in funzione del livello del praticante, cioè della comprensione ed esperienza spirituale del medesimo.
Inoltre anche il contesto socio culturale ha una sua rilevanza: per esempio se riflettiamo sulla percezione che si ha dello Yoga, qui in occidente, e in particolare dello Hatha Yoga, vediamo come generalmente si pensi, da una parte, ad una tecnica di rilassamento (“vado a fare yoga per rilassarmi”) e dall’altra ad una pratica dove viene preso in considerazione quasi esclusivamente l’aspetto corporeo e l’enfasi è posta sullo sforzo, sul fare posizioni “forti”, “dure”.
In realtà il termine Hatha fa riferimento alle due polarità energetiche complementari Ha (luna, ida, sinistra, femmile, Yin) e Tha (sole, pingala, destra, maschile, Yang) e quindi l’obiettivo dello Hatha Yoga, come il nome stesso evidenzia, è l’armonia, l’unione delle due polarità energetiche in Sushumna (hatha, centro, spina dorsale, Tao); la pratica, le tecniche, sebbene abbiano come punto di partenza il corpo, sono principalmente focalizzate sulla espansione e armonizzazione dell’energia vitale.
Hatha è composto dalle due sillabe ha e tha. La sillaba ha significa ‘luna’ e tha significa ‘sole’. Quindi hatha yoga concerne l’ottenere l’armonia tra gli aspetti lunare e solare del nostro essere. [Swami Satyananda – Yoga and Kriya (traduzione personale dall’inglese)]
Quando ci si avvicina allo Yoga o al Buddhismo è facile incorrere in due posizioni entrambe poco equilibrate: una è quella di pensare che queste tradizioni siano legate ad una specifica cultura (indiana o orientale che dir si voglia) e che nel nostro contesto culturale occidentale non funzionino; l’altra è considerarle come qualcosa di esotico o esoterico e abbracciarle in modo acritico, lasciandosi catturare da quegli aspetti superficiali, legati appunto ad una cultura esotica, cioè diversa, oppure lasciandosi affascinare e considerando come essenziali gli aspetti mistico magici devozionali, che, a mio avviso, essenziali non sono.

Potrebbe aiutarci a ritrovare un approccio più equilibrato riflettere, ad esempio, sull’etimologia di alcuni termini appartenenti alla nostra cultura quali diavolo, religione e monaco: allora vediamo che diavolo (dal greco dia ballo) significa letteralmente gettare, mettere in mezzo, dividere, separare; e quindi diavolo può essere definito “ciò che divide, che separa”, cioè ciò che ci separa da una relazione intima ed empatica con noi stessi e col mondo; d’altro canto religione (dal latino religare) vuol dire legare di nuovo, ri unire, e quindi ritrovare quella qualità di relazione che il “diavolo” ci ha fatto perdere; mentre monaco (dal latino monos) rappresenta l’essere umano che ha ritrovato la propria unità, la propria interezza, l'unità interiore con se stesso e con l'universo.

Se adottiamo un approccio esperienziale, cioè se mettiamo al centro della nostra ricerca interiore il mondo delle nostre esperienze e le modalità che abbiamo nel metterci in relazione con esse, allora le differenze culturali o i diversi sistemi di credenze diventano assolutamente secondari.
Possiamo quindi dire che ogni individuo, sia esso indiano o cinese, italiano o australiano, è un essere senziente, dove essere significa che siamo vivi, che esistiamo, che in noi scorre una energia vitale, mentre senziente significa che abbiamo una mente o coscienza, intesa non in modo moralistico, ma come la capacità basilare di percepire conoscere.
Tale facoltà è duplice: da una parte c’è la capacità di percepire conoscere attraverso i 5 sensi e la mente, cioè la facoltà di percepire forme e colori attraverso gli occhi, sensazioni tattili attraverso il corpo, suoni, odori e gusti attraverso i rispettivi organi di senso; e c’è il conoscere attraverso la mente, cioè l’esperienza di ciò che sinteticamente possiamo chiamare pensieri emozioni, e che si riferisce a quella vasta gamma di fenomeni mentali che chiamiamo ricordi, fantasie, preoccupazioni, desideri, paure, sentimenti, emozioni, stati d’animo, e via dicendo.
Da una parte quindi c’è questo stupefacente mondo di esperienze che contemporaneamente fluisce su più dimensioni, comprende molteplici aspetti, e dall’altra c’è la capacità di ri conoscere e accogliere tale mondo, c’è la capacità di sapere che stiamo percependo qualcosa nel momento stesso in cui lo percepiamo e di aprirci a tale esperienza.
Riscoprire, di momento in momento, un modo più salutare e autentico di metterci in relazione con ciò che viviamo, con la nostra esperienza immediata, è il punto centrale di ogni tradizione sapienziale.

Si potrebbe dire allora che lo scopo del Buddhismo, lo scopo dello Yoga è quello di imparare a riconoscere e dimorare in una qualità naturale di semplicità appagamento interiore dove niente manca e niente è in eccesso, un atteggiamento interiore, un modo di essere che ci permette di familiarizzarci e di riconciliarci con la totalità della nostra esperienza e quindi con noi stessi.


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