sabato 1 settembre 2012

In Time

Il tempo è denaro”: quante volte ce lo siamo sentiti dire? Un modo di dire nato per spronare l’essere umano a non perdersi in inutili giochetti di pigrizia e adoperarsi per migliorare operosamente il proprio stato personale e sociale. Ma prendere questa affermazione come una verità universale non è certo facile, perché il tempo sarà anche denaro e nessuno è così sciocco da volerlo perdere volontariamente... ma in fondo, sprecarne un po’ ogni tanto cosa ci costa?


Si tratta di un lusso che, se vivessimo nel mondo creato da Andrew Niccol per In Time, non potremmo di certo permetterci. Le vite dei suoi personaggi sono scandite, infatti, da un orologio biologico che ne segnala costantemente il tempo che rimane loro da vivere e quando il conto alla rovescia raggiunge lo zero, nemmeno la migliore scusa del mondo può salvarli da una inevitabile fine. E così quello che per noi è solo uno stereotipo morale, per i protagonisti del film è una legge biologica da rispettare a tutti i costi, moneta di scambio e di espressione di riconoscenza, orgoglio da conquistare e da nascondere allo stesso tempo. 

La morte di molti, per la vita di pochi 
Will Salas (Justin Timberlake) è cresciuto vivendo alla giornata: nato in uno dei distretti più poveri del Paese non ha mai avuto a sua disposizione più di ventiquattro ore di vita. Sempre di corsa, vive le sue giornate lavorando in fabbrica per guadagnarsi la giornata successiva e sognando un improbabile futuro migliore per lui e sua madre. La sua vita non è molto diversa da quella di tutti gli altri cittadini di Dayton, dove il tempo è una moneta di scambio molto rara, soprattutto visto il continuo aumento dei tassi di interessi dei prestiti del tempo e il costante rischio di essere rapinati dai Minute Man, uomini impegnati a ricercare nuovi modi per rubare tempo agli altri. 
Un giorno Will riceve da uno sconosciuto una ingente quantità di tempo, che non passa di certo inosservata all’interno del distretto. Parte alla volta di New Greenwich, uno dei distretti più ricchi, dove nessuno si preoccupa del tempo a propria disposizione: tutto scorre lentamente, in uno sfarzoso sfoggio di opulenza. 
In un ambiente in cui nessuno ha il coraggio di muoversi per la strade mostrando il proprio orologio in pubblico o senza la protezione di una guardia del corpo, Will, che nella sua vita ha sempre corso per sopravvivere, appare un evidente pesce fuor d’acqua. Impossibile non notarlo, soprattutto per i Timekeepers, i custodi delle leggi del tempo. 
Ma le autorità non sono le uniche a tenere d’occhio Will: il ragazzo ha subito colpito l’attenzione di Sylvia Weis (Amanda Seyfried), seducente ereditiera scontenta del suo modo di vivere. 

I poveri muoiono e i ricchi non vivono 
Con In Time, Andrew Niccol dimostra ancora una volta la sua propensione verso lo studio della società, sviscerandone i difetti più evidenti e rielaborandoli in una forma terribilmente attraente e di facile assimilazione. Molti i sottotesti antropologici sparsi nella sceneggiatura di questo progetto, a partire dalla sempre più pressante ossessione moderna per la ricerca dell’eterna giovinezza, sia essa raggiunta tramite scoperte scientifiche, operazioni chirurgiche o massiccio utilizzo di prodotti estetici. 
Nessuno vuole invecchiare, tutti vogliono poter vivere in eterno e alcuni sono addirittura convinti di meritarsi l’immortalità. Nell’universo costruito da Niccol tutti nascono con un timer sottopelle che si attiva al raggiungimento dei venticinque anni: dal momento dell’avvio del conto alla rovescia, ogni cittadino ha un anno per capire che cosa vuole fare della propria vita e come guadagnarsi ogni respiro. Il momento in cui l’orologio elettronico comincia a correre è lo stesso in cui quello biologico si ferma, congelando l’aspetto fisico di tutti. Apparentemente sembra il mondo perfetto: tutti hanno utopicamente la possibilità di essere giovani e belli per sempre. Ma come in tutte le costruzioni gerarchiche, solo pochi eletti possono usufruire di questa possibilità: per tutti gli altri si tratta solo di una costante lotta per la sopravvivenza. 
Questo il concetto generale attorno al quale gira la trama di In Time, in cui Will, il protagonista, decide di usare il tempo improvvisamente piombatogli addosso per sovvertire il sistema e regalare speranza a quelli che, come lui, sono cresciuti sapendo di non potersi permettere nemmeno quella. 

Niccol presenta un soggetto davvero molto interessante, sviscerato come un film d’azione i cui ritmi vengono decisi dall’andamento del tempo narrativo, plasmandosi su ambienti e personaggi. Tutto appare mentalmente costruito alla perfezione nell’ideale di uno sceneggiatore che ha già dimostrato più volte di avere un modo originale di affrontare temi scottanti e contemporanei (Vi dice niente The Truman Show?). 


Per pochi immortali, molti altri devono morire
Questa è la grande ingiustizia che Will vuole cancellare. "Per pochi ricchi, molti altri devono fare la fame", in sostanza. In Time è figlio dei nostri tempi, colmi di rabbia nei confronti di caste, cricche, lobby e circoli strapieni di soldi (che non spenderanno mai) che fanno il bello e il cattivo tempo mentre il resto del mondo fa fatica ad arrivare a fine mese.
Peccato che il film di Niccol, nonostante la premessa, non vada a fondo della questione, trasformandosi - con l'entrata in scena del personaggio di Amanda Seyfried - in un clone sci-fi di Robin Hood o Bonnie & Clyde.
I nostri novelli Robin e Marian iniziano a svaligiare banche, rubando ai ricchi per dare ai poveri, mentre la polizia del Tempo (capitanata dall'ottimo ma poco approfondito Cillian Murphy) e la Mafia cercano di intercettarli. Ma davvero basta rapinare qualche banca - senza peraltro incontrare resistenza - per far collassare un sistema capitalistico basato sul Tempo?
Mah. La parte finale è stata un pò troppo innocua per i miei gusti (e con un deus ex machina poco serio, ma vabbè) e il risultato finale non è "scomodo" quanto mi aspettavo. Ma il film piazza comunque una discreta dose di pugni nello stomaco. 

 

In Time è sicuramente un film complesso sotto svariati punti di vista. Il soggetto si insinua in concetti sociologici interessanti e sempre molto attuali, costruiti però all’interno della pellicola in modo da attirare un vasto pubblico, mai del tutto contrario a sparatorie ed inseguimenti d’auto. Le carenze registiche, psicologiche e attoriali passano in secondo piano davanti a qualcosa che, per una volta, vale molto di più della perizia tecnica. 
Andrew Niccol porta sui grandi schermi una pellicola che, anche quando ormai i titoli di coda sono sfumati per sempre, lascia nello spettatore la voglia di rimuginare su ciò che ha visto, creando un parallelo tra il mondo cinematografico e quello reale. 
Una cosa non da tutti... rara come il tempo.

Fonte: http://www.everyeye.it

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