lunedì 10 dicembre 2012

La 25sima ora

"Trovarono il cane nero addormentato sul ciglio della West Side Highway, immerso nei suoi sogni da cane. Una povera bestia sciancata, l’orecchio sinistro ridotto in poltiglia, decine di bruciature di sigarette sulla pelle: un cane da combattimento abbandonato alla mercè dei topi". (David Benioff - "La 25esima ora") 


Ultimo giorno di libertà per Monty Brogan, che sta per essere incarcerato: deve scontare sette anni per spaccio di droga. 24 ore per riflettere su se stesso (avrebbe voluto fare il pompiere), sul proprio destino (ha optato per il denaro facile), recuperare il legame con il padre, congedarsi dalla fidanzata (che forse è la responsabile della soffiata), dai suoi due migliori amici, Jacob e Francis, per giungere alla consapevolezza che deve pagare per quello che ha fatto.
David Benioff è l’autore de "La 25esima Ora", il romanzo da cui Spike Lee ha tratto il suo ultimo film. La prima immagine che Benioff dà ai suoi lettori è quella del cane morente. Forte, giovane, muscoloso, ma umiliato, ferito, ormai alla mercè dei topi e delle mosche. In quel cane che un pò gli assomiglia, il protagonista del film "La 25esima ora", Monty Brogan, vede se stesso. 

La New York patinata o nebbiosa dei ponti in cinemascope (splendida la fotografia di Rodrigo Prieto, che si sposa a meraviglia con le atmosfere musicali di Terence Blanchard), delle passeggiate col cane tra i joggers sulle rive dell'Hudson, si tinge in continuità nella metropoli disillusa, e quanto più reale, destabilizzando 'l'azione finale': una storia d'amore che sfocia in una straordinaria carrellata rap che non risparmia, in infilata, italiani ed irlandesi, portoricani e messicani, ebrei, coreani e, come no, pure i neri.
Ma con un "fuck you" finale rivolto a sé stesso riflesso nello specchio: di agghiacciante preveggenza. Il linguaggio del film, con i dialoghi che incantano anche con l'inconsueta costruzione drammatica, fatta di sussulti e ripensamenti, è tutto segnato da ritmi, cadenze, organizzazioni tematiche, che se sono vicine a quell'arte dell'improvvisazione organizzata che è tipica della musica cinematografica che costituisce il tema dell'opera filmica. 
Apparizione drammatica, sorprendente come lo è stato quell'evento: uno dei film fra i più belli ed impegnati di Spike Lee. 

 

Dimenticate tutto perché questa è la New York del 202. Un anno dopo...
"La 25a ora" rientra fra le tante "storie realmente accadute" dello spaccato quotidiano americano. Spike ritorna a quella "febbre della giungla" sintomatizzata da sesso e droga, che in tutti questi anni ha visto espandere la sua pandemia dai poveri sobborghi di Harlem fino a fagocitare l'intera Grande Mela.
Ecco. "La 25a ora" racconta lo sviluppo di questo malessere smanioso, catturato dagli occhi di un cineasta che ha visto (la sua) New York crollare giù come un castello di sabbia.
La pellicola, infatti, oltre a decantare un'intensa storia d'amore, di amicizia, di tradimenti e di sbagli fatali, è soprattutto un tenero e pietoso inno d'amore nei confronti di una città che è da sempre stata uno dei simboli cardine degli Stati Uniti (Spike Lee è il primo ad inquadrare Ground Zero dopo gli attentati terroristici).
Il film assume così l'aspetto del Giano Bifronte: da una parte la vita privata di Monty, dall'altra la cultura americana pregna di conflitto razziale (tema tanto caro al regista). Due diramazioni che si ricollegano con forza bruta nella bellissima sequenza del monologo del protagonista, impegnato a giustiziare a colpi di vaffanculo le multi etnie presenti nella sua città, ma sordidamente destinato a concludersi con un mea culpa lancinante. E lancinante è anche il messaggio disfattista che ne fuoriesce, "una meditazione sulle prospettive di sopravvivenza di un'America che la tragedia non sembra aver reso più matura" (Mereghetti).

Eccezionale per coraggio e dedizione la scelta del regista nativo di Atlanta di incanalare il soggetto originale (il romanzo di David Benioff) con il dopo 11 settembre e superba, neanche a dirlo, l'interpretazione di Edward Norton, antieroe così innocente e così colpevole allo stesso tempo.
E che il regista sia in forma lo dimostrano anche le originali tecniche impiegate (le virtuose manovre della mdp all'interno della discoteca) assieme alla dolente fotografia di Rodrigo Prieto e alla commovente e pluripremiata melodia trainata da Terence Blanchard.

Sicuramente il film più bello e poetico di Spike Lee, un cinema di denuncia e autoriflessione a trecentosessanta gradi, che doverosamente culmina nella splendida perla finale, illusione crudele e strappalacrime di una vita che avrebbe potuto essere e che invece non sarà.

C'è mancato poco che non succedesse mai.

Fonte: 
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