venerdì 12 aprile 2013

Red Lights

E se fosse tutto vero? Le luci rosse sono ciò che non dovrebbe esserci, eppure c’è. Sono minuscoli dettagli intrusi, che sfuggono all’occhio disattento, e stabiliscono il punto di collegamento logico dove noi crediamo di cogliere la discontinuità della magia. Sono i trucchi invisibili, innocenti stratagemmi nei giochi di prestigio, ma fatali inganni nelle pratiche medianiche, dove fingono speranze e minacce che tengono in ostaggio le menti. 


La studiosa Margaret Matheson indaga sui fenomeni che sembrano sottrarsi alle leggi fisiche. Non è per puro scetticismo. Ha un grave motivo personale per voler sapere se davvero esiste un’altra dimensione, qualcosa che superi la vita del corpo. Suo figlio si trova da anni in coma, e non sa cosa accadrebbe nel momento in cui decidesse di staccare la spina. È quasi del tutto convinta che di là vi sia semplicemente il nulla, e questo la trattiene dal compiere quel gesto irreversibile. Il quasi è d’obbligo per una scienziata che intende applicare il più perfetto rigore metodologico, perché può credere solo a ciò che i risultati degli esperimenti danno per certo. Un aggettivo assoluto, che forse neppure appartiene a questo mondo, dove la nostra fragilità apre i varchi da cui i dubbi si insinuano nell’anima. Dall’altra parte troviamo il potere dell’evidenza, che può giocare su entrambi i fronti, quello dell’illusione e quello dell’obiettività.

Simon Silver lo utilizza per sedurre le folle, presentandosi come chiaroveggente, dotato di facoltà telepatiche ed in grado di piegare i metalli con la sola forza del pensiero. È cieco ma è capace di guardare dentro le cose e le persone, leggendone le storie. È un miracolo vivente o solo un abilissimo imbroglione.
Bisogna venerarlo come un santo oppure perseguirlo come un criminale. Questo dilemma è l’interrogativo intorno al quale si sviluppa un giallo carico di tensione morale. Ci si può anche domandare se spiegare tutto sia giusto, o addirittura possibile. Se all’uomo non tocchi forse riservarsi un margine di inconoscibilità, da colmare idealmente con qualche forma di fede. La questione è antica, e, se si vuole, la si può anche volgere in thriller. 
Magari con semplicità, con apparecchiature piuttosto rudimentali, lasciando che siano i drammi individuali a togliere la scena allo sviluppo delle investigazioni. In questo modo ci si appassiona al caso, ma senza doversi addentrare nei particolari tecnici e sospettare di trovarsi di fronte ad un racconto di fantascienza.
 

Il tenore narrativo è quello della cronaca televisiva, con incursioni nel modello del talk show in cui si difendono le proprie ragioni, ma poi alla fine ci si confessa e ci si lascia sbugiardare. Anche questo film è fluttuante tra gli estremi opposti, sospeso in un esercizio di levitazione tra il realismo e la fantasia. Fino all’ultimo non ci permette di capire da che parte stia, quale tesi voglia avvalorare, e se intenda o no pervenire ad una conclusione sostanziata dai fatti. 
Al centro del discorso rimane, infatti, inavvicinabile, un carismatico mistero: lo incarna quell’uomo nascosto dietro un paio di occhiali scuri in cui Robert De Niro riversa il suo solito spirito arrabbiato e strafottente, eternamente sprezzante del resto dell’umanità. È una boria all’acque di rose, ma è comunque l’unico punto di solidità in una storia da cui Sigourney Weaver svanisce troppo presto, mentre Cillian Murphy è una presenza costante che da sola riempie poco la scena. 

A metà del film il filo della trama si assottiglia e si irrigidisce, cominciando a scivolare verso il già visto, come se il più fosse già fatto. Il tessuto si sfilaccia, ma la suspense resiste, e poi, in fondo, il cinema ci piace vederlo anche così: non nuovo, però nostalgico, e carico di quegli stereotipi in salsa vintage che sono gli indimenticati fantasmi del recente passato. 

Fonte: http://cinerepublic.filmtv.it/


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