mercoledì 15 maggio 2013

Fringe: la recensione della serie finale

Fringe è scienza di confine: il confine tra tecnologia e paranormale, tra fede e immaginazione. È la scienza del possibile perché immaginabile, è la costante di un percorso che, iniziato il 9 settembre 2008 con l’ingresso in un laboratorio nei sotterranei di Harvard, ha attraversato i confini dello spazio e del tempo percorrendo lo spettro cromatico del multiverso, dal blu al rosso, dal nero al giallo, fino ad un terrificante futuro già avvenuto ma ancora da scrivere. 


Finisce l’avventura della Fringe Division: il viaggio di Walter, Peter e Olivia non è ancora concluso, ma è terminata quella fase delle loro vite che per cinque anni abbiamo condiviso partecipando alla loro rabbia, gioia, tristezza e profonda umanità. Povero di rivelazioni ma ricco di emozioni, coerente fino in fondo con i propri pregi e difetti, il congedo di Fringe si muove su binari già tracciati e facilmente prevedibili. In questo doppio finale le scene si susseguono senza grossi sussulti nella trama e portano esattamente dove era facile aspettarsi: al confronto finale con Windmark e gli Osservatori, alla separazione tra i membri della squadra, al compimento del piano che si svolge secondo le modalità previste e che porta ai risultati attesi. L’atmosfera da series finale è perfettamente tangibile e ben resa: nei semplici dialoghi, nella consapevolezza che lo sguardo ad uno dei protagonisti potrebbe essere l’ultimo, nel tentativo in fase di sceneggiatura di andare a recuperare alcuni elementi classici per cercare di inserirli nella storia e poter “chiudere il cerchio”. 

A questo proposito già settimane fa si faceva notare come la stessa scienza di confine, quasi a voler “ripagare” quanto causato, venisse ora sfruttata dagli stessi protagonisti. Ecco, nel finale di stagione questo elemento appare, se possibile, ancora più evidente e marcato, insieme al ritorno, non completamente riuscito, dell’universo rosso.
Chi, vedendo il promo, si aspettasse un intervento congiunto e determinante dei due universi per sconfiggere gli Osservatori, sarà rimasto deluso vedendo come la parentesi over there sia appunto soltanto una parentesi nell’episodio che precede il finale. Se da un lato è interessante rivedere Folivia, scoprire che fine ha fatto Walternate, fare caso ai simpatici jokes degli autori (scopriamo che nel 2036 alternativo Chelsea Clinton è candidata presidente e che è in realizzazione un remake di Harry Potter), dall’altro lato tutto assume un contorno fin troppo artificioso ed è più l’emozione di rivedere l’altro universo che quella di assistere al salvataggio di Michael da parte di Olivia. 

Ma a non funzionare è soprattutto la decostruzione e il grande ridisegnamento della mitologia che Fringe ha costruito negli anni. Giocare con i viaggi nel tempo è il sogno e la sfida di ogni autore che si misuri con la fantascienza, ma per farlo è necessaria attenzione, coerenza e, soprattutto, progettualità. E qui, purtroppo, Fringe sbaglia tutto. Ripetendo gli stessi errori commessi in occasione del reset della quarta stagione, anche in questo caso si bada più alla forma che alla sostanza, all’eleganza più che al contenuto, ai sentimenti più che alla logica. 
I buchi narrativi sono tanti e meriterebbero una discussione a parte. Qui citiamo solo quello che probabilmente risalta maggiormente: non essendo mai esistiti gli Osservatori con il rewrite, l’intera storyline di Walternate e delle influenze di September sul destino di Peter dovrebbe essere diversa
Eppure non è così: alcune cose rimangono al loro posto perché è giusto che sia così, altri personaggi, obbendendo a misteriose logiche da paradossi temporali mai specificate devono invece scomparire. 

Povero di rivelazioni (e ci siamo) ma ricco di emozioni, il finale di Fringe si pone nella scia di altri show di fantascienza come Lost e Battlestar Galactica. Se siete tra coloro che, nonostante le ore passate a sezionare, smontare e criticare il finale di Lost ancora si emozionano sinceramente ascoltando There’s no place like home, allora questo finale, nonostante tutto, vi piacerà e vi rimarrà dentro. Perché aldilà della coerenza interna, delle logiche dei viaggi nel tempo, dei buchi narrativi, forse la sfida più grande per uno show è costruire dei personaggi che, dopo tanto tempo, si percepiscono come vivi e possono addirittura arrivare a mancarci. 
E qui Fringe vince alla grande. 

Mentre scorrono le immagini del commiato tra Walter e Astrid, del sacrificio di quanti hanno dato la vita per arrivare a questo punto, di quel I love you, dad appena sussurrato da Peter, di quel vecchio che, come nel 1985, ancora una volta attraversa un portale temporale con un bambino, allora capiamo che, in fondo, Fringe la sua storia ce l’ha saputa raccontare.



Fonte: http://www.badtv.it
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