sabato 17 agosto 2013

Egitto, cosa succede?

In Egitto è iniziato quello che i Fratelli Musulmani hanno definito il “venerdì della collera”. Il venerdì è il giorno della preghiera, ma oggi, dopo aver pregato in moschea, cortei di manifestanti sostenitori di Morsi si recheranno verso piazza Ramesete. 

 
Dopo gli attacchi dei giorni scorsi oltre al Cairo anche a Giza e ad Alessandria e gli scontri con i “residenti”, ossia gli attivisti anti-Morsi, anche oggi le agitazioni continueranno e i militari risponderanno con la forza, nonostante le reazioni dei diplomatici degli Stati occidentali e nonostante la richiesta anche da parte dell’ONU di fermare le violenze. Ci sono due modi di leggere quello che sta succedendo in Egitto. A seconda di come la si vede: 
a) un presidente democraticamente eletto è stato deposto dall’esercito, che, in un golpe in piena regola, ha messo agli arresti domiciliari i massimi esponenti del partito di maggioranza e preso d’assalto una televisione vicina ad esso; 
b) un presidente eletto con una minoranza risicata, una volta giunto al potere si è trasformato in un autocrate, mettendo in galera gli oppositori politici, e dando il colpo di grazia all’economia. Quando gli egiziani sono scesi in massa nelle piazze per chiedere le sue dimissioni, ha reagito sparando sulla folla, e a quel punto sono intervenuti i militari che lo hanno deposto a forza, per poi rimettere il potere in mano a un civile, in attesta di nuove elezioni democratiche. 

In entrambe queste letture ci sono elementi di verità. A complicare ulteriormente le cose, c’è lo status, particolarissimo, delle Forze Armate nella società egiziana e il ruolo svolto dall’esercito ai tempi della dittatura di Hosni Mubarak, della rivoluzione che ha portato alla sua fine e dei mesi immediatamente successivi ad essa. Per oltre trent’anni era stato a capo di una dittatura militare, anche se negli ultima fase del suo regno i rapporti con le Forze Armate si erano un po’ deteriorati. Quando la piazza era insorta, nel gennaio del 2011, in un primo momento l’esercito era rimasto fedele al suo caudillo (badando bene, però, di fare fare il lavoro sporco alla polizia), ma poi era passato dalla parte dei manifestanti.
È stato l’esercito a deporre Mubarak, dichiarando il Consiglio Supremo delle Forze Armate guida transitoria del Paese in vista di libere elezioni. Ma, una volta al potere, i generali hanno dimostrato di essere poco incline a cederlo.

Cosa fa pensare che, questa volta, dei colonnelli c’è da fidarsi? 
Be’, tanto per iniziare, in questa occasione, dopo avere deposto il presidente, l’esercito non si è dichiarato detentore del potere fino a nuove elezioni. Piuttosto ha nominato presidente ad interim un civile, Adli Mansour, un giudice che era a capo della Corte Costituzionale.
Ma anche la sua nomina non è priva di controversie: Mansour ha cominciato il suo lavoro alla Corte Costituzionale nel 1992, in piena era Mubarak, e alcuni lo considerano vicino ad Ahmad Shafiq, l’ex primo ministro di Mubarak che si era candidato alle elezioni del 2012 (tra l’altro grazie approvata, forse ad hoc, proprio da Mansour). Insomma, ciò che insospettisce della nomina di Mansour è che, ad alcuni, sembra un po’ troppo “un uomo del vecchio regime: « E’ come riavere il Mubarakismo senza Mubarak », ha commentato il blogger palestinese Ali Abunimah (figura controversa, ma non tacciabile di essere pro-Fratelli Musulmani, viste le sue posizioni sulla guerra in Siria). 
Altrettanto hanno fatto discutere le voci di una nomina a primo ministro (o vicepresidente) ad intermi di Mohamed ElBaradei: ex diplomatico assai rispettato all’estero, e da una certa borghesia liberale in Egitto, è considerato un “laico inveterato”dagli islamisti, e poco adatto a ottenere un vasto consenso popolare. Pare sia stato al-Nour, un partito islamista che ha appoggiato la deposizione di Morsi, a porre il veto sulla nomina di ElBaradei. 

E questo ci porta a un altro paradosso tutto egiziano: dalla parte dei generali, e del nuovo presidente, si sono schierati anche i salafiti di al-Nour, che un tempo era stato alleato di Morsi e che, semplificando un po’, potrebbe essere descritto come “ancora più islamista dei Fratelli Musulmani” 

Insomma, che cosa sta succedendo in Egitto? Come si è arrivati fino a questo punto? Quanto poteva considerarsi “democratico” il governo di Morsi e quanto è “legittimata” la presidenza di Mansour? (Un Coup legittimato dal popolo: l’ultima invenzione dell’Egitto, twittava il blogger Big Pharaoh) E, soprattutto, dove stanno andando a parare le Forze Armate? 
 
Un giornalista arabo, un penna prestigiosa, ha commentato tempo fa l’arrivo dei Fratelli musulmani al governo dell’Egitto, con queste parole: 
“non avremo più bisogno di sionismo o di colonialismo! Questo perché ciò che comporterà il potere della Fratellanza musulmana, in termini di lotte e contraddizioni interne, permetterà al sionismo e al colonialismo di andare in una lunga vacanza, rilassante e divertente. Una vacanza lunga decenni, forse secoli. In cui verrà distrutto tutto e tutti, a partire da ogni speranza di progresso della nostra Nazione Araba e dalla sua liberazione dal colonialismo e dal sionismo”. 
Conclude il giornalista arabo: 
“la Palestina nei loro occhi – dei Fratelli musulmani – è oggi una sorta di stato ebraico! Secondo la loro percezione del conflitto verrà lasciata da parte, ad un angolo appunto, fino, alla completa eliminazione delle istituzioni degli stato nazionali arabi, o panarabi. E’ infatti loro convinzione e fede che il panarabismo è il nemico più avanzato e l’ostacolo da abbattere per creare lo Stato islamico internazionalista (Stato Califfato). Solo a questo Stato Califfato sarà affidato l’annuncio della Jihad, la guerra santa, per la liberazione della Palestina dagli invasori ebrei. Secondo i Fratelli Musulmani la Jihad è un obbligo, ma oggi deve essere limitata e concentrata verso l’empowerment al potere, deve rivolgersi all’interno del mondo arabo, contro quelli che sono gli ostacoli alla creazione del “califfato”, e quindi soprassedere rispetto alla liberazione della Palestina e di Gerusalemme dal dominio straniero!” 
La situazione nei paesi arabi oggi non ha bisogno di tante parole, la destabilizzazione creativa è dominante, in particolare nei paesi più importante, Egitto e Siria fra tutti, ma questa stessa viene domata con il sangue se si avvicina ai paesi del petrolio, vedi Bahrein, Kuwait, e guarda caso non si parla mai del Qatar o dell’Arabia Saudita.
Il cambiamento ha portato la Fratellanza al potere in più di un paese arabo. I Fratelli mussulmani sono oggi al timone in Egitto da cinque mesi, dove la loro ideologia condiziona pesantemente il dibattito e il presidente Morsi dopo aver destituito il consiglio militare, bloccato la nuova costituzione, cerca di concentrare tutti i poteri nelle sue mani. E’ nato così il primo Faraone islamico, come l’ha descritto l’opposizione stessa. 

L’Egitto si trova ad un bivio, perché, il problema dei Fratelli Musulmani non è stato solo con il vecchio regime, bensì come “fraternizzare” il popolo d’Egitto, per poi “fraternizzare” lo Stato Arabo d’Egitto. Per fare questo devono essere smontate tutte le istituzioni, costruite da un secolare rinascimento arabo, e questo non per rappresaglia contro il vecchio regime di Mubarak, bensì come risposta contro lo stato egiziano e le moderne istituzioni, civili, militari, giudiziarie, politiche, economiche, culturali e sociali, che devono essere demolite, per sostituirle con istituzioni coerenti con la visione islamica dei Fratelli musulmani. 
In pratica tutto quello che il vecchio regime non era riuscito a fare, nelle istituzioni statali civili, sarà fatto brillantemente dai Fratelli musulmani. Questa volta in nome della rivoluzione (con una sorta di consenso drogato), e in nome della religione. Così l’Egitto diventerà in breve una entità “fraternizzata”, fragile, senza peso e influenza. Senza, soprattutto, un progetto futuro di valore culturale e spirituale, imperniato sulla modernità e sulla laicità, non sarà in grado cioè di continuare ad avere lo storico ruolo nazionale, panarabo e internazionale. 
In questo contesto il conflitto interno perdurerà ancora a lungo, fino alla completa distruzione dell’identità e delle priorità dell’Egitto moderno, basate sul cammino storico di questo grande paese, dalla nazionalizzazione del canale di Suez alla costruzione della diga di Assuan passando per le riforme agrarie e del sistema scolastico, fino ai romanzi di Nagib Mahfoz, e Taufiq al Hakim. 

Detto tutto questo dobbiamo però dare atto alle rivolte arabe di aver rotto il muro della paura nelle masse, di aver fatto capire che si può osare. Per queste ragioni confido nei giovani e nelle opposizioni laiche e democratiche in Egitto, come negli altri paesi. Opposizioni vitali che proprio in questi giorni stanno dimostrando una ammirevole resistenza a chi vuole portare l’Egitto indietro nella storia dell’umanità.

Fonte: http://blackcuttlebone.wordpress.com
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