domenica 17 novembre 2013

Ideologia gay: le nuove vesti del consumo

Gli slogan delle marce e dei gay “pride” ( dall'inglese letteralmente “orgoglio”, “superbia” ) fanno appello alla non tolleranza contro i non tolleranti, alla libertà ma all'intransigenza con chi non la pensa allo stesso modo, alla democrazia mentre fattualmente si presentano come un'oligarchia allargata, con tanto di lobby e fanatismo: chi è dentro è amico, chi è fuori è nemico.


Prima di affrontare questo delicato quanto attuale tema occorre fare un’importante distinzione tra i concetti di omosessuale e gay. Quando si parla di omosessualità si parla di un concetto valido a priori in quanto rientra nel dominio esclusivo della natura e del sentimento, tendenza sessuale plurisecolare testimoniata frequentemente fin dall’età greco-romana. L’omosessualità è inclinazione naturale e psicologica che esula da qualsiasi logica e costrizione sociale o culturale, attitudine circoscritta alla sfera intima e privata e non fuori da essa. Il fenomeno gay ha tutt’altra natura: sociale, culturale, economica. Ha preso piede con il movimento di rivolta sessantottino e le coordinate lotte giovanili e si è andato a strutturare e articolare con gli anni diventando una vera e propria ideologia se non una religione. Il libero mercato ha istantaneamente colto la palla al balzo e ha canalizzato questa nuova realtà emergente in consumistici canali di sfogo. La snaturalizzazione dell’individuo gay, in quanto ha perso i caratteri naturali assumendo atteggiamenti invertiti biologicamente ingiustificabili, ha creato l’occasione di creare o di specializzare determinati mercati al fine di ampliare il consumo e quindi alimentare il libero mercato. Moda, accessoristica, estetica, locali, discoteche, villaggi: solo alcuni generali esempi delle canalizzazioni di questo giovane mercato. 

Oltre ad alimentare un economia utile solo ai poteri politici ed economici celati dietro queste pseudo-istituzioni, la conseguenza più grave e sottile, invece, è sul piano socio-culturale. In primis, il tabù e la sacralità del termine “omofobo”, che assume sfumature al limite dell’escatologia. E’ un termine pericoloso e pregiudicante, totalitario, discriminante, applicato a chiunque avesse qualcosa da dire contro l’ideologia gender; ma soprattutto è un termine ipocrita, sventolato all’istante contro le barriere sociali che le stesse “vittime” hanno alzato.

Gli slogan delle marce e dei gay “pride” ( dall’inglese letteralmente “orgoglio”, “superbia” ) fanno appello alla non tolleranza contro i non tolleranti, alla libertà ma all’intransigenza con chi non la pensa allo stesso modo, alla democrazia mentre fattualmente si presentano come un’oligarchia allargata, con tanto di lobby e fanatismo: chi è dentro è amico, chi è fuori è nemico. 
Un esempio per tutti è stato il caso dell’omosessuale inglese Fanshawe. Attraverso un documentario realizzato nel 2006 presentato poi sul “The Guardian”, Simon Fanshawe ha osato sfidare la lobby gay desacralizzando l’immagine comunemente imposta dai vertici della stessa, gettando uno sguardo freddo e razionale sulla realtà a lui circostante. «E’ lecita ogni tipo di attività sessuale, solo perché è gay» scrive nella presentazione, dimostrando come i gay stessi impongono la loro discriminazione assumendo atteggiamenti da, praticando uno stile di vita volto alla superficialità e alla distruttività della vita stessa. Esiliato dalla comunità per aver corrotto il DNA della classe e sfidato il potere della Lgbt, ha concluso «In appena un’ora sono riuscito a bruciare tutti i ponti del mondo gay che avevo. Sono diventato il capro espiatorio delle fazioni politiche più estreme del mondo gay» 

In ogni caso, le cifre parlano chiaro: nel 2010 sulla rivista gay “Attitude” il giornalista omosessuale Todd ha condotto un’inchiesta sul cosiddetto “problema dei problemi”, analizzando dei dati provenienti da una ricerca sulle malattie mentali e le dipendenze sviluppate in ambito gay. I dati dimostrano che il 20% dei ragazzi gay londinesi fa un ordinario uso di droghe, mentre i tassi di sifilide tra uomini gay sono aumentati del 616% in cinque anni. 

Lo psicologo omosessuale Alan Downs nel suo libro “ The Velvet Rage” analizzando l’ideologia gay descrive l’altra faccia di questo mondo, fatta di dolore e auto-distruzione, scrivendo: “Sì, abbiamo più partner sessuali in una vita di altri gruppi di persone ma allo stesso tempo, abbiamo anche tra i più alti tassi di depressione e suicidio, per non parlare di malattie sessualmente trasmissibili. Come gruppo, tendiamo ad essere emotivamente più espressivi degli altri uomini, ma i nostri rapporti sono molto più brevi, in media, rispetto a quelli degli uomini normali. Abbiamo un reddito maggiore, case più costose, le auto più alla moda, più vestiti e mobili di qualsiasi altro gruppo. Ma siamo veramente più felici?”. 

L’aspetto consumistico dell’ideologia gay si manifesta all’interno della battaglia omosessuale per eccellenza: il diritto all’adozione
Poiché la coppia gay è infeconda,per natura, è si spinta all’adozione di bambini prelevati da orfanotrofi e strutture simili, ma nella maggior parte dei casi ricorre alla procreazione artificiale e alla pratica del cosiddetto “utero in affitto”, alla quale poi sono collegati diversi rischi, problematiche e conseguenze. 

Dunque la rivendicazione di una parità e di un’uguaglianza finisce per assoggettarsi ad una logica consumistica a tutti gli effetti: il desiderio irrealizzabile di procreare porta a rivolgersi a quelle che il sociologo Sandel chiama “le industrie della vita” (centrali dell’eugenetica, banche del seme) per creare un figlio, scelto e messo in provetta, diventato prodotto di un processo mercantile che risponde a chiari interessi economici, vale a dire un oggetto-merce. 
E le vittime dell’intrusione violenta del mercato nella sessualità non sono altro che le coppie omosessuali stesse, che nel frattempo si sentono emancipate e orgogliose di esserlo, mentre la discriminazione è più infida di quanto non pensino. 
Prendiamo come esempio finale due pubblicità promosse una dalla plurimiliardaria azienda Ikea e l’alta da Eataly, la catena italiana di ristorazione gourmet: entrambe le promozioni, riportanti le foto di due coppie omosessuali, hanno come slogan il fatto che le rispettive aziende siano aperte a “tutti i tipi di famiglie”, che dunque diano la possibilità anche ai gay, famiglia diversa, di potervi accedere. 
E se la tolleranza verso le coppie omosessuali sta nel permettere loro di comprare un mobile all’Ikea o fare una cena da Eataly, e se il fascista mentalmente ristretto e se i pregiudizi bigotti di un mediocre benpensante vengono bollati come “omofobi”, non è questa la più subdola forma di discriminazione? 

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