sabato 1 marzo 2014

The Prestige

Niente è come sembra. Di rado capita di uscire senza parole da un film. Ma anche questo fa parte – ne è l’anima – del gioco di prestigio: deve sbalordire, deve lasciarti a bocca aperta. Sì, perché The Prestige non è soltanto un film che racconta di giochi di prestigio, ma lo è. Meglio: tanti giochi, dentro altri giochi dentro un grande gioco. Te lo spiega subito, ti spiega le regole. Le detta e le rispetta, fino alla fine, fino al prestigio.


È la struttura stessa del film a essere concepita come un ordigno di incastri complessi e tarati alla perfezione – perché soltanto un minimo errore potrebbe causare una caduta rovinosa, giocando sul filo di una lama sottilissima. Ma non si tratta di una struttura fine a se stessa, di un vestito elegante per la storia. Se anche solo lo fosse, per com’è realizzata meriterebbe comunque un applauso. Ma non è solo questo: è infatti metafora del concetto stesso, del core del film. Livelli semantici e semiotici si rispecchiano, si spiegano, si realizzano gli uni negli altri. L’intreccio si fa fabula, il discorso diventa storia. Sarebbe un delitto spiegare, qui, come. Sarebbe come dirvi il “trucco” prima di assistere allo spettacolo. Ma intendiamoci, fin qui abbiamo parlato, in sostanza, di script. Ma The Prestige è molto altro. E tutto ciò che si è detto fin’ora non è certo imposto, o calato a forza sullo spettatore – che invece ci si ritrova dentro, che ne avverta consciamente i meccanismi o meno. Sono cose su cui si riflette dopo – quando si riprende a respirare. 

Molto altro, si diceva: in primis una regia magistrale, di un Christopher Nolan che di essere capace l’aveva già dimostrato a soli trent’anni in film come Memento e poi Insomnia, e anche di trovarsi bene con Christian Bale, in Batman Begins.
Sia Bale che Hugh Jackman (il Wolverine della serie X-Men) interpretano ruoli davvero difficili senza una singola sbavatura. Perfetti entrambi nelle loro parti, specialmente Christian Bale, che ci ricorda che la prova in Equilibrium e quella in The Machinist (oscenamente tradotto in L’Uomo senza Sonno) non erano casi fortunosi, e di essere senza alcun dubbio uno dei migliori attori in circolazione. 
Accanto a loro un azzeccatissimo David Bowie nel ruolo dell’enigmatico scienziato Nikola Tesla, e un Michael Caine che, be’, è una garanzia. 
Brava anche Scarlett Johansson (anche se proprio non mi piace sul piano estetico, ma questi sono fatti miei), in un ruolo chiave e complicato, che così lava l’onta dell’abominevole The Island. Erano necessari interpreti all’altezza, perché tanta importanza hanno infatti i personaggi, in questo lungometraggio. È, di fatto, un film di personaggi. 

Parla di loro, delle loro ossessioni, dei loro rapporti, dei loro conflitti, di ciò per cui vivono e per cui i due illusionisti sono disposti a affrontare – entrambi, ognuno a modo suo – cose ben peggiori della morte. Perché è qui la domanda dietro le immagini del film, quella da cui scaturisce un vero senso di orrore: cosa sei disposto a fare? Fino a dove sei disposto a spingerti – per la tua arte, e per essere il migliore? Ma, e qui sta la magia, The Prestige è, oltre che un film di personaggi, anche un film d’atmosfera, e anche un film di accadimenti. 

In genere, quasi sempre, incentrare una narrazione – specialmente filmica – su uno di questi tre aspetti, significa togliere importanza agli altri. Abbiamo un numero di minuti limitati, dobbiamo spenderli. È come avere una tanica da dieci litri d’acqua a disposizione, e tre bottiglioni da dieci litri ognuno da riempire. Su una c’è scritto “personaggi”, su una “atmosfera”, su una “accadimenti”. Capirete che possiamo decidere come dosare l’acqua: in un film d’azione, per esempio, verseremo nove litri in “accadimenti” e l’altro lo spartiremo tra le altre due bottiglie. Il personaggio sarà semplicemente, tanto per citare Sklovskij, “da un lato, un mezzo per concatenare i motivi, dall’altro una sorta di motivazione in carne e ossa del nesso fra i motivi” – insomma un filo per cucire insieme gli avvenimenti. E l’ambientazione sarà semplice scenario di sfondo. 
In un horror orientale riempiremo per prima la bottiglia “atmosfera”, e così via… 
In The Prestige, invece, la magia ci consente di riempire di dieci litri ognuna delle tre bottiglie. Perché l’atmosfera vittoriana vive, respira insieme ai personaggi, è necessaria e parte integrante, innescante della storia. La stessa storia non potrebbe verificarsi altrove, né in altro tempo. E qui la fotografia di Wally Pfister, fido e storico alfiere di Nolan, si fa valere, facendo trasudare eleganza dalla pellicola, riversandola sul pubblico e incantandolo con una enorme cura estetica per ogni singola immagine. 
E altrettanto efficace il montaggio chirurgico di Lee Smith, altra vecchia conoscenza di Nolan nonché editor di The Truman Show. Compito, il suo, a dir poco impervio, vista la quantità di piani narrativi da mixare. Ne abbiamo un incedere raffinato, tesissimo e plumbeo. E di cose, ne succedono.

 

Ne succedono tante – innestate all’ampia e affascinante componente propriamente “tecnica”, riguardo i meccanismi dei trucchi – e imprevedibili, ma mai forzate. La situazione si rovescia di continuo, a scossoni, e i pezzi del mosaico vengono a galla rimodellando il quadro e scaraventando l’ago della nostra bussola in giro per il quadrante, a cercare direzioni nuove e impensate. 
E come Nolan ci ha già deliziati, il tutto senza un granello di zucchero. Gli avvenimenti ci vengono mostrati in tutta la loro crudezza e crudeltà, senza un’ombra di moralismo: perché in effetti il sostrato di The Prestige è del tutto amorale. 
I concetti di Bene e Male sono tanto distanti dal film quanto lo restano dalla mentalità dei protagonisti – schiacciati da ciò che davvero interessa loro. Se proprio dovessi cercare qualcosa in cui l’opera non eccelle (giusto per dovere di critica, s’intenda), forse direi la colonna sonora. Seppur faccia appieno il suo dovere, non è memorabile. Ma non toglie una virgola al valore di quello che è – nel parere di chi scrive, è chiaro – il miglior film del 2006, e uno dei migliori mai realizzati. 

Per concludere: in molti hanno criticato la parte più enigmatica, ciò che resta “non spiegato” e ciò che riguarda la terribilmente inquietante macchina di Tesla. Ma questi “molti” non devono avere colto lo spirito di The Prestige: se si spiegasse tutto, che razza di gioco di prestigio sarebbe? 

Recensione scritta da Daniele Bonfanti
Fonte: http://www.latelanera.com/cinema/recensioni/recensione.asp?id=1737

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...