domenica 13 dicembre 2015

Effetto terapeutico della preghiera: illusione o realtà

Vorrei iniziare con una premessa di tipo biografico che mi pare importante, prima di addentrarci nell’”oceano” del tema affidato, per comprendere il taglio esperienziale dell’intervento. Ho 56 anni, sposato da 23 anni, padre di due figlie di 14 e 10 anni; catechista in una parrocchia di Roma. Lavoro attualmente in un ospedale pubblico, l’antico ospedale di S.Spirito in Saxia a Roma, vicino a S.Pietro. Frequento, insieme ad alcuni amici, un gruppo di approfondimento religioso e preghiera da molti anni. 


Mi sono laureato in psicologia nel 1980 e poi specializzato in psicoterapia. Ho lavorato venti anni nella psichiatria pubblica come psicoterapeuta, poi nel campo della psicosomatica clinica e nel mobbing. Successivamente nell'assistenza psicologica di malati dei parenti e degli operatori in ospedale. Attualmente mi occupo anche del benessere dei lavoratori e della organizzazione sanitaria pubblica. La mia formazione esperienziale personale si è costruita nella matrice della Natura; nell'educazione, attraverso lo Scoutismo Cattolico, nella vita di gruppo e nelle relazioni umane. Ho praticato attività in montagna come istruttore di alpinismo ed ho sempre praticato la bicicletta. Uscito dalla adolescenza mi sono impegnato con profondo interesse nella ricerca spirituale a 360°. La formazione professionale psicologica si è costruita per larga parte all'interno del paradigma psicodinamico-psicoanalitico; ma la ivi sottesa visione antropologica dell’uomo si è sempre confrontata criticamente con ciò che andavo scoprendo e che poi mi è apparsa come una antropologia differente. 

E’ da questo incontro tra fede e psicologia che scaturisce il titolo della tesi di laurea scritta nel 1980: “Il pensiero freudiano sulla religione da una prospettiva cattolica”. In quello studio ho incontrato le fondamentali parole di Gesù sulla verità: “Conoscete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv. 8,32). Ancora oggi ritengo che la ricerca freudiana, studiata e praticata, sui fenomeni clinici e sul funzionamento della mente, delle emozioni e delle relazioni, avesse un carattere di ricerca della verità; ed in quanto tale si collocasse anch'essa, nonostante la matrice positivistica e materialistica, sulla “scia” del Vangelo.
Parallelamente agli studi la pratica clinica psicoterapeutica mi forniva tuttavia numerosi dati a sostegno della presenza di un’innata spiritualità anche nei pazienti che venivano considerati malati nelle loro funzioni mentali ed affettive. Non era possibile, da quelle osservazioni cliniche, sostenere che “Dio” fosse una “proiezione” mentale. E l’innegabile potere consolatorio della religione nulla diceva di definitivo sulla realtà ontologica di Dio e sulla stessa religione; con buona pace di molti autori psicoanalitici di matrice materialistica. 
Jung ed i suoi allievi avrebbero poi operato una importante, anche se non radicale apertura (cfr.: la “metà mancante”; “lato non localizzato della coscienza”); ma i loro paradigmi, comunque “psicologico-centrici”, non mi avrebbero portato molto lontano. 

Torniamo all'ospedale. Nell'ospedale ho visto e capito cosa sia la cura o i suoi tentativi; la terapia, la guarigione ed i rispettivi segnali. Ho visto numerosi e dolorosi fallimenti; ho visto nascere e morire, soffrire, sperare, accettare, pregare. Mi sono reso conto che, come dicevano i filosofi Greci: “Il nostro Zalmòsside, che è un Dio, vuole che come non si deve cominciare a sanare gli occhi senza tener conto del capo, né il capo senza il corpo, così neppure si deve cominciare a sanare il corpo senza tenere conto dell’anima; anzi questa sarebbe proprio la ragione per cui tante malattie la fan franca ai medici greci, perché essi trascurano il tutto di cui invece dovrebbero prendersi cura, quel tutto che è malato e dunque non può guarire in una parte”. (Platone, Carmide). 

Con questa impotenza, che ha radici meccanicistiche e iper-specialistiche, ci si confronta purtroppo in un qualunque ospedale. Questo non vuol assolutamente dire che le cure a disposizione siano inefficaci e che tutti i medici utilizzino questi paradigmi. Questo studio vuole però riconsiderare la coscienza, la fede, il credere in Dio e la preghiera, come dimensioni profondamente coinvolte con la terapia (da therapeia=assisto, curo, guarisco). Ecco allora la difficile integrazione della dimensione spirituale all'interno di un modello con forte caratterizzazione “scientista” nella medicina e nella psicologia contemporanee. 
Guardare insieme alla medicina, alla psicologia ed alla fede, ed interrogarsi sui reali benefici terapeutici della preghiera, significa aprire la ricerca a 360°, spaziando nella storia delle filosofie Orientali, Occidentali ed Esoteriche. 
Significa guardare ai contributi dei più disparati autori di tradizione psicologica, medica, filosofica, fisico-naturalistica, esperienziale, religiosa. Ma significa anche, per noi, rimanere ben radicati nella tradizione cristiana, soprattutto di matrice Ortodossa e Cattolica, dove è possibile trovare materiale prezioso a disposizione da molti secoli. Poi c’è la via diretta alla Bibbia e gli insegnamenti del Vangelo, fonte inesauribile di verità per il credente, con i suoi passaggi dedicati. 

Interrogarsi “sulla” preghiera non può tuttavia non comprendere l’esperienza “della” preghiera e delle diverse forme in cui si declina. Così come interrogarsi su cosi sia la Psicoanalisi deve comprendere l’esperienza della relazione analitica. Per tali oggetti di ricerca appare infatti davvero difficile un approccio cosiddetto scientifico classico. Ritengo qui preferibile unire differenti prospettive ed approcci, superando la pretesa onnipotente di operare una ricerca dimostrabile. Il tempo a disposizione ne impedirebbe anche solo l’avvio. Direi comunque di proseguire concentrandoci sul significato delle parole più significative. 

La preghiera, da prex-precari = precario, evoca la fede, la fiducia. Essa contempla differenti tipologie espressive e relazionali: il lamento, la richiesta, l’adorazione, la meditazione, il ringraziamento, la comunicazione in presenza od a distanza. Riguarda il significato per le differenti religioni ed approcci e introduce un fondamentale discorso sul tempo (“della” e “nella” preghiera). Ne parleremo in seguito. 
Come è ben noto la preghiera emerge e prende forma dall'esperienza di precarietà e limitatezza dell’uomo in relazione con il Creato e/o con Il Creatore. 
Essa è stata, dalle varie tradizioni religiose, espressa ora come digiuno, ora come contemplazione o come meditazione (pratiche come si sa legate nel Cristianesimo non tanto ad una assenza fine a se stessa ma alla sottolineatura di una presenza dell’Altro). Ogni relazione di preghiera implica la nascita di una stabile e continuativa relazione di fiducia, fedeltà e confidenza nell'Alterità creatrice e amorevole; coinvolge differenti facoltà mentali, spirituali, fisiche; si appoggia ad una comunicazione, in presenza o a distanza, con l’”oggetto” della relazione. 
Per alcuni la preghiera è una “pratica per ritrovare se stessi ed il proprio baricentro”; per “riequilibrarsi”; per “ritrovare le radici che legano alla Madre Terra”, per “aumentare la consapevolezza”,… . 

Non appare facile una valutazione (ed operata da chi?) sulla patente o “bollino” di “vera preghiera” rispetto alle numerosissime pratiche religiose, filosofiche, psicologiche. Molte di queste pratiche non sembrerebbero necessariamente in contrasto con il percorso della Preghiera Cristiana. Alcune apparirebbero concentrarsi sul mezzo di comunicazione invece che anche sul “Principio” della comunicazione. Potremmo forse dire che la preghiera cristiana, rispetto alle altre forme di preghiera, potrebbe essere vista come una evoluzione della consapevolezza di una necessaria relazione con l’Assoluto, con il Creatore, con l’Amore, con la Verità; con Dio o come si voglia rappresentarlo o non rappresentarlo nei diversi angoli del pianeta. (cfr.: lettera di Papa Francesco a E. Scalfari, Repubblica dell’11/9/2013). 
Se nelle tradizioni religiose Orientali vengono generalmente sottolineati gli aspetti mentali della preghiera, la tradizione Cristiana fa invece riferimento preciso al moto comunicativo iniziale di Dio verso l’uomo. Ed alla di lui capacità di ricercare praticare e mantenere la sintonia attraverso una risposta cosciente, volontaria ed intelligente. 

Misterioso appare tuttavia indagare cosa avvenga mentre si prega. 
Un argomento molto interessante che implicherebbe l’apertura di una parentesi sui processi psicologici ed emozionali e sui vissuti modificati dello spazio-tempo durante la pratica. Alcune ricerche lo hanno fatto con l’aiuto delle tecniche di neuroimaging, ma per lo spazio del nostro discorso non le potremo citare. Mi limiterò a dire che la preghiera ed il pregare ci interroga da numerosi punti di vista: fisico, filosofico, neurologico, psicologico, teologico. Dobbiamo però almeno porci le domande: chi è e quando inizia la preghiera? E ancora: cosa avviene mentre si prega? 
E, forse il tema più interessante accennato in precedenza, quale è la qualità, la natura, la dinamica del tempo vissuto e/o reale durante la preghiera? 
 Leibniz e Newton discutevano sul “tempo lineare”; sull'esempio paradossale descritto da Zenone di “Achille piè veloce” e della tartaruga che non viene mai raggiunta; Parmenide sosteneva l’ancoraggio ex-ternum, fuori dal tempo, del reale. 
Secondo Platone il tempo è “immagine mobile dell’eternità”. Per Aristotele lo spazio è strettamente necessario per definire il tempo. S Agostino sottolinea la natura profondamente misteriosa del tempo. Newton parla anche di “tempo ciclico” (sensorium Dei); Kant di “forma a priori della sensibilità”, connotandolo come “senso interno” legato alla vita della persona. 
Posso solo citare Bergson, Einstein e Planck per riferire delle molte teorizzazioni dei fisici e degli scienziati moderni alla ricerca della spiegazione definitiva degli elementi alla base della teorizzazione dello spazio e del tempo che sono profondamente connessi ad un tema, appunto la relazione spazio-temporale dell’uomo con “Dio”, che rimane tuttora misterioso allo scibile umano. 

La mia personale idea, sostenuta oltre che dalle letture fatte anche dall'osservazione del vissuto dei miei pazienti e dei bambini del catechismo e dalla esperienza personale della preghiera e della meditazione, è che il tempo nella preghiera subisca una trasformazione non solo nella percezione del vissuto personale o collettivo, ma, alla luce delle recenti ipotesi della fisica quantistica, anche nella realtà. 
La mia ipotesi è che il “tempo”, superando la “linearità” a noi nota, “diventi” circolare, o meglio si “eternizzi”; rappresentando con questo termine il vissuto di una esperienza a-temporale o extra-temporale, appunto eterna. 
La preghiera, se davvero stato di comunicazione tra l’uomo e l’Amore, se vera relazione con “ciò” che chiamiamo Dio, secondo i fondamenti dell’Antropologia Cristiana (cfr. J.C.Larchet, 2006), potrebbe allora realmente modificare i parametri spazio-temporali a noi noti, immergendoci in una dimensione trasformativa estesa e a-temporale (in questo senso già eterna). 
Questa mia “credenza” è sostenuta dalla logica. Infatti come sarebbe possibile che il mezzo di comunicazione e contatto con l’Essere Onnipotente ed Eterno non venga trasformato se attraversato? Forse la preghiera fa esperire a chi la pratica quella particolare “sospensione” del tempo e dello spazio; e la dimensione gratuita della preghiera sarebbe descrivibile proprio a partire dalla a-finalità e a-temporalità dell’esistenza (da ex-sistere) in quella straordinaria dimensione. 

Potremmo anche affermare che chi prega entra in relazione con quella Anima Mundi di Platonica memoria o con il Logos di Plotino. O, molto più recentemente, con la dimensione spirituale diffusa che il geologo informatico e ricercatore Gregg Braden chiama Matrix Divina, o che il teologo Vito Mancuso definisce “Principio Ordinatore”. 
Certamente, come ci ricorda il teologo e filosofo Jean-Claude Larchet nel suo bellissimo L’Inconscio Spirituale (Ed. San Paolo, 2003), l’importante per la cura delle malattie della persona “è il ristabilimento di quel normale rapporto con Dio” che con ogni evidenza clinica è sempre apparso alla base di una “guarigione spirituale” (op. cit.) prima ancora che una guarigione “bio-psico-sociale” (OMS, 1948). 
L’uomo, secondo il nostro Autore, “non esiste(rebbe) che in un rapporto positivo oppure negativo con Dio” (op. cit.). Da questo scaturirebbe che è dalla qualità e quantità dell’esposizione a tale rapporto, la cosiddetta preghiera appunto, che l’uomo realizzerebbe la sua piena salute o no. Tuttavia il nostro pensiero è figlio anche dell’Empirismo Seicentesco anglosassone e del Cartesianesimo francese. Ed è da quella radice che il pensiero scientifico ottocentesco si è sviluppato. In una continua oscillazione storica che ha visto ora il prevalere di una concezione spiritualistica, ora di una concezione meccanicistica del mondo e dell’uomo. 

Un altro autore di differente formazione, il medico e ricercatore americano Larry Dossey (autore dell’esaurito Il Potere curativo della Preghiera), si riferisce alla preghiera come “comunicazione con l’Assoluto”. Secondo l’autore è “antropocentrismo” il voler attribuire una figura all’Assoluto. E’ preferibile l’idea del Vuoto ed il silenzio che ne rappresenterebbe una via di accesso. Dossey cita Thomas Merton, che alla domanda su come pregasse rispose: “respirando”. Non esisterebbe quindi una via unica alla relazione con quello che noi chiamiamo Dio. Dossey nei suoi libri, oltre al citato Il Potere curativo della Preghiera (2001), Medicina Transpersonale sempre del 2001 e Spazio Tempo e Medicina (del 2006), cita molti studi che analizzerebbero la capacità di persone che pregano di influenzare vari soggetti ed organismi viventi (funzione di crescita o inibizione dei processi biologici e fisici). 

Tralascerei di entrare specificamente nei risultati delle numerose ricerche (ho dichiarato di astenermi da una presunta disamina scientifica), ma almeno citare una meta-analisi di differenti studi relativi a presunte guarigioni a distanza pubblicati nella rivista Annals of Internal Medicine nel 2000. Gli autori hanno analizzato 23 casi su 2774 pazienti: 5 riguardavano il metodo della preghiera a distanza; 11 senza contatto alcuno; e 7 definiti di “altra natura”. Tra questi casi 13 hanno mostrato qualche risultato statisticamente significativo, con effetti benefici conseguenti al trattamento; 9 non hanno mostrato alcun effetto statisticamente significativo; 1 ha mostrato risultati negativi. Gli autori riferivano come fosse difficile giungere a conclusioni certe sulle guarigioni a distanza, suggerendo di compiere altri studi (cfr.: Boorstein, Michelle; Research Stepping Up Study of Healt And Religiosity, Washington Post, 2008). Altri studi sono stati successivamente esaminati ma essi hanno sostanzialmente portando la comunità scientifica alla conclusione che: “gli studi metodologicamente più rigorosi non hanno potuto produrre risultati significativi” (cfr.: K.Masters, G.Spielmans, J.Goodson, 2006 in Annals of Behavioral Medicine; D.R.Hodge, 2007, in Research on Social Work Practice). 
Anche una ricerca della Brandeis University, pubblicata sul Journal of Religion, che ha indagato l’influenza di preghiere cristiane, ebree e buddiste, non è giunta a conclusioni univoche. Quasi a confermare che lo “strumento di indagine” (il metodo scientifico…?) è ancora troppo limitato per leggere il fenomeno religioso e gli effetti terapeutici della preghiera. 

Altro discorso, qui solo accennato, è quello legato ai numerosi studi sull’”effetto placebo” che accompagna da sempre la pratica medica e terapeutica. Fin dall'Antichità la guarigione veniva considerata un atto divino in risposta ad un placebo umano, “piacerò a Dio e quindi Dio mi guarirà”, ma anche una risposta dell’uomo all'operato del divino: “Egli mi ha guarito, io piacerò a Dio per ringraziarlo” (cfr.: Salmo 114 (116)). Il placebo veniva contrapposto ad un possibile e opposto nocebo; “nuocerò, farò del male”. Il medico, nella storia della medicina fin dagli albori, ha così rischiato di sostituirsi al Dio che “cura e guarisce”; il placebo essendo la sua medicina più potente perché proprio da lui somministrata benevolmente. 

Per chi volesse approfondire ulteriormente i dati della ricerca scientifica sugli effetti delle cosiddette preghiere, alla luce di quanto detto su un simile tipo di ricerca, si possono agevolmente reperire dalla rete gli studi che hanno riguardato differenti tipologie di malati; dai pazienti oncologici a quelli malati di AIDS, dai cardiopatici ad altri pazienti. Se dopo questa ulteriore parentesi, dovuta alla considerazione obbligatoria ma non appassionata della prospettiva scientifica, allargando nuovamente il punto di osservazione potremmo dire che i presunti risultati, o la mancanza di essi, sono da mettere comunque in relazione alla dicotomia consegnataci dalla logica cartesiana e newtoniana fra spirito e materia. Un paradigma che oggi, alla prova della Scienza Contemporanea e delle scoperte della fisica quantistica appare non più completamente credibile ed anzi foriero di possibili grossi errori epistemologici. Il nostro oggetto di studio (la preghiera ed i suoi effetti terapeutici) ci spinge ad andare oltre gli approcci tradizionali, in coerenza con la complessità ontologica indagata. Questo senza abbandonare una metodologia credibile e rigorosa ma che tuttavia sia libera dai vincoli del positivismo materialista e meccanicista che ci è stato consegnato dall’”Errore di Cartesio” (cfr.: A. Damasio, 1994). 

La fisica moderna, atomica e sub-atomica, ha oramai superato i paradigmi alla base della medicina meccanicistica. Attualmente l’universo non sarebbe più concepito come una macchina formata da una moltitudine di oggetti separati. Apparirebbe piuttosto come un tutto armonioso ed indivisibile; una rete di relazioni dinamiche che include l’osservatore umano e la sua coscienza in modo essenziale. Viene concepito come una unica “organizzazione” o come un “organismo” pulsante, in cui lo spazio ed il tempo non sono dimensioni separate né separabili (cfr.: F.Capra, 1981). Secondo la stimolante visione del prof. Larry Dossey (Medicina Transpersonale, Red, 2001) l’inquadramento storico-teorico dei fenomeni clinici relativi agli effetti terapeutici della preghiera sono allora da ricercare nella cosiddetta Terza Era (o periodo) della storia della ricerca in medicina. Se il primo periodo era in buona parte sovrapponibile con un preciso momento storico della scienza, caratterizzato da un approccio meccanicistico e fisicista, ed il secondo dal nuovo approccio cosìdetto “psicosomatico”, in cui alla mente viene riconosciuto un importante fattore di guarigione nell'ambito della persona (e la spiegazione fisicista e riduzionistica, fino ad allora adottata, non offre più strumenti di comprensione sufficienti), nella Terza Era il potere (terapeutico) della mente, con i relativi e complessi fenomeni di trasmissione, si esplicherebbero anche in modo non completamente localizzato: e cioè sia all'interno che all'esterno dei confini fisici della persona; e sia nel tempo presente e contemporaneo che nel tempo esteso. 

Ma cosa si intende con questo? Non localizzazione è un termine usato dai fisici per descrivere le interazioni e gli effetti a distanza e nel tempo di particelle subatomiche come gli elettroni. Il tentativo di inquadramento parte dalla esigenza di “sistematizzare” fenomeni complessi come la telepatia, la chiaroveggenza, le precognizioni, le cosiddette visioni, i sogni descritti come profetici, lo scambio di sintomi fisici a distanza e le guarigioni a distanza. Una fenomenologia da sempre presente e descritta anche nella tradizione cristiana (vedi la biografia del Santo Padre Pio). 
La “mente” (ma qui dovremmo avere a disposizione una definizione maggiormente definibile) agirebbe quindi anche al di fuori del cervello e del corpo con un potere di difficile descrizione. Non solo, questo nuovo scenario dovrebbe spingere all'indagine anche sui terreni assai scivolosi come quelli della natura delle apparizioni “fisiche” di alcuni santi e mistici, o descritti dal Vangelo che parla della “presenza” di Gesù risorto che appare ai discepoli sotto una natura differente (cfr.: discepoli di Emmaus), o di altri fenomeni non meno complessi. Dallo studio delle “anomalie logiche” osservabili nella medicina meccanicistica/materialistica e fisicista, potremmo dedurre come attualmente nessuna malattia possa essere vista diagnosticata e trattata come esclusivamente personale-individuale. Questo è ben evidenziato dal problema ecologico degli inquinanti o da quello psico-sociale delle relazioni familiari o sociali patogene, fenomeni capaci di influenzare grandemente l’organismo fisico individuale (che per i più radicali apparirebbe come un costrutto poco meno che artificiale…). 
Questo filone di ricerca sui fenomeni trans-personali, metaforizzato dall'esempio che la mente, come la luce, non avrebbe bisogno di alcun “supporto” comunemente inteso, ha alimentato nel tempo, oltre che numerose teorizzazioni, anche filoni terapeutici e formativi (cfr.: C.G.Jung, Psychology and the East, 1978; Psicologia Transpersonale). 
Viene da differenti autori della Tradizione Orientale postulata la esistenza di una relazione ed interazione così potente fra le coscienze (problema “mente-coscienza”) che questa permetterebbe fenomeni difficilmente spiegabili, come ad esempio le guarigione a distanza. 

La preghiera quindi non sarebbe efficace solo per chi la pratica, ma avrebbe una possibile efficacia, come abbiamo visto dalla ricerca, anche quando formulata e realizzata con l’obiettivo di determinare effetti a distanza su altre persone; cadrebbe il paradigma dell’isolamento ontologico della persona (praticato dalla medicina tradizionale) e si affermerebbe, con il conforto delle ultime ricerche della fisica, quello della impossibilità per gli organismi (viventi) di non essere in relazione e comunicazione reciproca. E tutto questo con le relative conseguenze in termini chimici fisici ed elettrici, in una parola energetiche. 

Ecco allora forse spiegabile l’efficacia e la potenza delle “preghiere di massa”, dei raduni religiosi, dell’unione delle persone che pregano (cfr.: “dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”; MT 18:20). Se la prospettiva Greca e Romana “riflette(va) una visione in cui la mente dell’uomo è limitata al corpo dell’individuo (…) invece i Persiani (…) sostennero che la mente poteva sfuggire dai confini del corpo fisico e agire concretamente nel mondo esterno” (cit. in L. Dossey, 2001). Il medico persiano Avicenna (980-1037 d.C.) sosteneva addirittura che “l’immaginazione dell’uomo può esercitarsi non solo sul proprio corpo ma anche su altri corpi, anche molto lontani. Può affascinarli e modificarli; può farli ammalare o riportarli alla salute” (cit. in L.Dossey, Medicina Transpersonale, Red, 2001). 

Anche per le radici collaterali del Pensiero Greco: la mente è contemporaneamente limitata ed illimitata, umana e divina (Ermete Trimegisto, Corpus hermeticum e Aclepius cit. in Hermetica, W.Scott, 1982). Dobbiamo ricordare che anche per gli sciamani nelle Culture Native o Aborigene era possibile la comunicazione a distanza fra mente e mente; ad esempio segnali di fumo non come comunicazione diretta ma come richiamo al pensiero comunicativo (D.Unaipon in B.Inglis, 1992). Per gli Indiani d’America queste forme di comunicazione non localizzate erano importantissime nella vita quotidiana. E sicuramente è un fatto acclarato che nell'esperienza clinica di molti medici moderni (anche Occidentali) esistano numerosi casi (le “anomalie” di cui abbiamo parlato) che non corrispondono alla norma ed ai dettami scientifici insegnati nelle università. 

La Medicina Occidentale si sarebbe tuttavia orientata verso la prima versione ippocratica: la mente come evento localizzato, nel cervello, nel qui ed ora; dimenticando la concezione persiana ed ermetica della non localizzazione (cfr. L.Dossey, op.cit.). Oggi, secondo la Fisica Quantistica e la teorizzazione scaturita dal pensiero di Max Planck (1900) sull’impossibilità della meccanica classica di descrivere la luce e l’elettrone, non sarebbe più possibile parlare di radiazione e di materia se non come fenomeni ondulatorio ed al contempo particellare (dualismo Onda-Particella, W.Greiner, 2001; cfr.: W.K.Heisemberg, 1927). In buona sostanza quello che viene ad essere ridefinito è il concetto stesso di “misura”: non sarebbe infatti possibile conoscere la realtà (dalla particella in su) senza perturbarla in maniera irreparabile. Il nuovo paradigma (Principio di Complementarietà; Bohr, 1928) descriverebbe la realtà contemporaneamente sia in termini di corpuscolo che di onda. Molto arduo a mio parere apparirebbe estendere in modo improprio le conoscenze della fisica quantistica alle scienze psicologiche e mediche, negando le basi epistemologiche delle discipline che le sostengono. Pur tuttavia la stessa prudenza appare d’obbligo, specularmente, quando ci troviamo di fatto nella quasi ossessiva ripetizione (Ottocentesca) di un paradigma Bio-Medico divenuto con ogni evidenza clinica un ostacolo teorico e pratico rispetto alle evidenti potenzialità teoriche e cliniche fornite da quello Bio-Psico-(Eco)Sociale (OMS 1948). 
Il costrutto della “coscienza” ci permette a questo punto un possibile superamento del riduzionismo scientifico. Mi limiterò a dire che proprio nella coscienza è possibile discernere la illusionem, “rappresentazione ingannevole proveniente da errori di senso o da artificio altrui”, dalla res-realitas, “ciò che ex-siste in sé, verificabile o no”. La coscienza, da Cum-scire, “sapere insieme”, si oppone alla non coscienza ed alla non conoscenza; ma deve altresì integrare l’inconsci, il quale si “oppone” strutturalmente al “sapere insieme”. Esso va indagato e ri-conosciuto fin dove possibile. 

Ai fini del nostro discorso mi preme solo ricordare come l’origine dell’ammalarsi della persona umana venga dalle discipline psicologiche universalmente messo in relazione alla non integrazione dei contenuti e delle energie inconsce considerati negativi. Non potendo prolungare ulteriormente la riflessione su un tema così affascinante ma complesso e credendo di aver fornito fin qui sufficienti spunti di riflessione, che spingeranno gli interessati ad una più formalizzata ricerca sugli autori citati estendendola ai numerosi autori non citati, vorrei qui porre alcune conclusioni che sintetizzino il mio pensiero alla luce delle riflessioni proposte in modo incompleto, e me ne scuso. 

- Indubbiamente una risposta sugli effetti terapeutici della preghiera mi vede qui affermare che sì, la preghiera ha effetti che possiamo considerare (etimologicamente e genericamente) “terapeutici”. 

- La tradizionale differenza fra illusione e realtà dovrebbe essere essa stessa indagata alla luce delle nuove conoscenze sui fenomeni percettivi, a partire dagli studi sugli stati di coscienza e sulle acquisizioni della fisica e della psicologia. 

- Gli effetti terapeutici della preghiera sarebbero prodotti in primo luogo dalla condizione stessa che si determina in chi prega (singolo o comunità). 

- Questa condizione stimolerebbe positivamente l’organismo (psicofisico) a seguito di una trasformazione del vissuto dei parametri spazio-temporali. 

- Questo differente vissuto tenderebbe a favorire un progressivo benessere (migliorata relazionalità interna del Sé) che produrrebbe conseguenze positive sull'intero organismo. 

- In questo senso per il credente il benessere è anche direttamente collegato alle conseguenze (percepite in chiave psicologica, fisica, esistenziale o altro) dell’essere in relazione con Dio; cioè con l’origine e la fine (ri-orientamento) del processo vitale. 

- Molti studi si spingono a voler dimostrare l’efficacia della preghiera a distanza: quella che si fa per ottenere benefici su altre persone. 

- Non vi sono dati univoci su questa efficacia a distanza ma molte descrizioni di fenomeni che sfuggono alla catalogazione scientifica; nonché fatti non spiegabili con gli strumenti che la Scienza può mettere a disposizione. 

- Per alcuni già lo stato di preghiera (singola o di gruppo) “è” un effetto terapeutico in sé. Capace di infondere una particolare condizione di serenità e di relazione positiva a cui abbandonarsi e ristorarsi.  
- La preghiera ha molte sfaccettature e molte declinazioni antropologiche e religiose e per ognuna di esse sarebbe possibile analizzare, sotto differenti lenti di ingrandimento, conseguenze, effetti, limiti. 

- La mia personale conclusione è che lo sviluppo del cosiddetto Pensiero Scientifico porterà progressivamente a confermare e dimostrate la realtà e verità delle intuizioni raggiunte dai molti mistici, padri, santi e uomini religiosi che in ogni epoca ed in ogni latitudine hanno approfondito questo tema. 

- Fondamentale appaiono le testimonianze di quelli che hanno descritto i fenomeni connessi al pregare prima di tutto ricercando lo stato di preghiera (come nel famoso “Pellegrino Russo”). 

- Questo tema appare centrale per ogni operatore sanitario di matrice religiosa e cristiana. La centralità è data dalla concezione unitaria della persona umana, alla luce di una antropologia che descrive gli aspetti somatici, psicologici, relazionali, spirituali ed ecologici come componenti fondamentali nella ricostruzione di quella entità che chiamiamo, non si sa se a torto o a ragione, “individuo”. 
 Grazie per l’attenzione!

Giulio Scoppola
Convegno U.N.I.T.A.L.S.I.
Lourdes 26 settembre 2013

Fonte; http://www.religioniperlapaceitalia.org/
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