venerdì 12 febbraio 2016

Sense8: recensione prima stagione

L’idea stessa della connessione è una costante nella produzione di Andy e Lana Wachowski, e negli anni è stata declinata nei modi più diversi. Rileggendola oggi in prospettiva, possiamo individuare un percorso sempre più netto, sempre più sradicato dalle tecnologie, ma più universale e assoluto. Nel cult Matrix era il riflesso necessario della prigione delle macchine, a sua volta metafora della prigione della mente, nel sottovalutato Cloud Atlas era un legame che si stendeva lungo lo spazio e il tempo, un domino di azioni e reazioni che riecheggiava attraverso i millenni, nel dimenticabile Jupiter Ascending era qualcosa di più viscerale come il linguaggio genetico, che lasciava poco spazio alla scelta. 


In Sense8 si giunge all'astrazione completa, senza spiegazioni, senza obiettivi, senza limiti. Un’esperienza prima di tutto sensoriale che basta a giustificare se stessa. Il titolo dell’ultima serie di Netflix, che nasconde a sua volta un gioco di parole con il termine “sensate”, che nella serie indica chi ha facoltà particolari, è un riferimento agli otto protagonisti sparsi per il globo. Dagli Stati Uniti all’India, dal Kenya all’Inghilterra, dalla Corea del Sud al Messico, questi personaggi tanto diversi da loro diventano improvvisamente parte di un cluster, ossia un gruppo che condivide sensazioni, ricordi, capacità, in cui ognuno può comunicare con gli altri, manifestandosi in altri luoghi o prendendo possesso del corpo altrui. Il tutto viene inserito in uno scontro di proporzioni globali tra i sensate – la serie parte proprio dalla distruzione di un cluster e dalla creazione di un altro – e il gruppo guidato da un uomo di nome Whispers, determinato per qualche motivo a fermare le persone che hanno queste capacità particolari. Per evitare equivoci, bisogna prima chiarire cosa Sense8 non è. 

Anche se l’approccio e l’evoluzione della trama lo ricordano, non è una riproposizione della prima stagione di Heroes. Ci sono capacità sovrannaturali, ma queste non sono tanto un fine quanto un mezzo di transizione da una storyline all’altra. C’è un mistero enorme alla base e tanta mitologia da scoprire, ma né le risposte né la ricerca di queste sono al centro della storia. C’è azione, ma lo scontro tra le due fazioni è solo il colpo di coda di una stagione di presentazione, che vuole raccontare prima di tutto i suoi personaggi nel loro ambiente, con i loro problemi e le loro situazioni personali. Se non si ha bene in mente questo, Sense8 potrebbe spiazzare in senso molto negativo lo spettatore che attende la fine di una premessa di una storia che non inizia mai.
E invece, ma questo sarà possibile determinarlo solo a posteriori, e solo dopo tre episodi tutt’altro che semplici da digerire, Sense8 inizia fin dal primo istante. Solo, non raccontando la storia che avremmo creduto di sentire. 

È un viaggio concreto per certi versi, molto vago per altri. Ognuno dei protagonisti è bloccato in una condizione di infelicità e insoddisfazione, e la sua liberazione passa necessariamente attraverso il contatto e l’aiuto degli altri. Quindi, contrariamente a quello che imporrebbe la logica, è la storia d’insieme che lavora in funzione di quelle più piccole e indipendenti. Di volta in volta un piccolo passo in avanti, con l’aiuto ora di un compagno ora di un altro, rafforzando ad ogni svolta il legame, allargando l’esperienza condivisa, fondendo sempre più quest’anima divisa in otto parti. 
Nessuno si stupisce troppo per quello che sta accadendo, prosegue con la sua vita e i suoi problemi – che in condizioni normali di fronte ad una situazione di questo tipo dovrebbero scomparire – accogliendo il cambiamento come qualcosa di naturale, una semplice parte di sé troppo a lungo ignorata. 

Come abbiamo visto quest’anno in Daredevil, rilasciare in blocco l’intera stagione non è una semplice caratteristica della distribuzione di Netflix, ma è anche un modo di lettura e interpretazione della serie. Sense8 è una serie nettamente in crescita, che lavora nel lunghissimo termine, che si svela con tempi molto lenti e che, come detto, può lasciare stanchi, interdetti e delusi nelle prime tre puntate. Trascorso questo periodo di assestamento, il metodo “Cloud Atlas” funziona e l’ingranaggio si muove meravigliosamente. La serie viaggia su binari paralleli che si incrociano – generalmente in corrispondenza dei finali di puntata – con un montaggio che allarga la visione a tutti i protagonisti, creando una visione d’insieme che è forte, creativa, coinvolgente, e che contiene i momenti più sperimentali della stagione. 
L’apice delle sensazioni condivise prima di tornare al “normale” svolgimento degli eventi: appunto, chi ha visto Cloud Atlas troverà sicuramente delle analogie. 

Sono storie che coinvolgono, che parlano di integrazione, tradizioni, religione, affermazione dell’individualità. A volte, esattamente come avveniva in Cloud Atlas, la sperimentazione narrativa viene compensata da un messaggio troppo semplificato, dialoghi banali, una sovraesposizione di sentimenti che non lascia spazio di manovra allo spettatore per decifrare ciò che ha visto. Eppure Sense8 racconta una storia che cresce e che progredisce in modo inarrestabile, coinvolgendo e catturando sempre più, fino ad un finale che lascia storditi e ansiosi di conoscere il proseguimento della storia di cui abbiamo appena sfiorato la superficie.


Considerazioni sparse: 

I nomi alla regia raccontano praticamente tutta la carriera dei Wachowski: non solo i due fratelli, ma anche Tom Tykwer, co-regista di Cloud Atlas, James McTeigue (V per Vendetta) e Dan Glass, addetto storico alla supervisione degli effetti speciali dei loro film. 

Curiosamente i due volti più noti del cast, Daryl Hannah e Naveen Andrews, hanno un ruolo molto limitato. I protagonisti sono gli otto più o meno sconosciuti membri del cluster. 

Per certi versi Sense8 è una storia di origini. Si può comprendere in questo senso il coinvolgimento del fumettista J. Michael Straczynski. 

Una scena della serie dall’episodio Demons sembra una rielaborazione più riuscita della celebrazione tribale-erotica dell’inizio di Matrix Reloaded. 

Ad un certo punto forse vi tornerà in mente la scena “Wise Up” di Magnolia. Quello che è certo è che andrete in giro canticchiando What’s Up dei 4 Non Blondes per una settimana circa.



Fonte: http://www.badtv.it/

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